domenica 14 gennaio 2018





E’ profondo gennaio. Il cielo è duro. Gli steli sono saldamente radicati nel ghiaccio.

(Wallace Stevens)



Gennaio è qui,
con occhi che splendono ardenti,
un guerriero coperto di ghiaccio
cavalcante un etereo destriero di neve.


(Edgar Fawcett)

martedì 9 gennaio 2018


CANZONE DELL'INVERNO
Nella notte d’inverno
galoppa un grande uomo bianco
galoppa un grande uomo bianco

è un omone di neve
ha una pipa di legno
un omaccione di neve
inseguito dal freddo

arriva in paese
arriva in paese
vedendo la luce
si sente sicuro

in una casetta
entra e non bussa
in una casetta
entra e non bussa

e per riscaldarsi
e per riscaldarsi
si siede sulla stufa arroventata
e d’improvviso ecco che scompare

e rimane solamente la sua pipa
proprio nel mezzo di una pozzanghera
e rimane solamente la sua pipa
e il suo vecchio cappello.

(Iacques Prevert)


venerdì 5 gennaio 2018



Che questa Epifania ci conforti con l'oro per la regalità e la ricchezza dell'anima, l'incenso per incentivare in noi la spiritualità e la mirra per cicatrizzare ogni ferita del cuore.
ASSOCIAZIONE CULTURALE MAGNIFICAT

martedì 2 gennaio 2018




IN ATTESA DELL'EPIFANIA...

I magi: «A noi una stella ha annunciato
che Colui che è nato è il re dei cieli.
Tuo figlio ha potere sugli astri,
essi sorgono soltanto al suo ordine».

Maria: «E io vi dirò un altro segreto,
perché siate convinti:
restando vergine, io ho partorito mio figlio.
Egli è il figlio di Dio. Andate, annunciatelo!».

I magi: «Anche la stella ce l’aveva fatto conoscere,
che figlio di Dio e Signore è il tuo figlio».

Maria: «Altezze e abissi ne rendon testimonianza;
tutti gli angeli e tutte le stelle:
Egli è il figlio di Dio e il Signore.
Portate l’annuncio nelle vostre contrade,
che la pace si moltiplichi nel vostro paese».

I magi: «Che la pace del tuo giglio
ci conduca nel nostro paese,
con sicurezza, come noi siamo venuti,
e quanto il suo potere dominerà il mondo,
che Egli visiti e santifichi la nostra terra».

Maria: «Esulti la Chiesa e canti la gloria,
per la nascita del figlio dell’Altissimo,
la cui aurora ha rischiarato cielo e terra.
Benedetto Colui la cui nascita rallegra l’universo!».

(Efrem il Siro 306-373)

giovedì 28 dicembre 2017


L'ASSOCIAZIONE CULTURALE MAGNIFICAT AUGURA A TUTTI I SOCI, AMICI E SIMPATIZZANTI UNO STREPITOSO 2018.

sabato 23 dicembre 2017




ALLA VIGILIA DI NATALE


“Oggi siamo seduti, alla vigilia di Natale,

noi, gente misera,

in una gelida stanzetta,

il vento corre fuori, il vento entra.

Vieni, buon Signore Gesù, da noi,

volgi lo sguardo:

perché tu ci sei davvero necessario.”

(Bertolt Brecht))

domenica 17 dicembre 2017


LA NOTTE SANTA

- Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell'osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

- Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po' di posto per me e per Giuseppe?
- Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

- Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
- Tutto l'albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell'osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

- O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
- S'attende la cometa. Tutto l'albergo ho pieno
d'astronomi e di dotti, qui giunti d'ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

- Ostessa dei Tre Merli, pietà d'una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
- Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci...

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

- Oste di Cesarea... - Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L'albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell'alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! - ecco una stalla! - Avrà posto per due?
- Che freddo! - Siamo a sosta - Ma quanta neve, quanta!
Un po' ci scalderanno quell'asino e quel bue...
Maria già trascolora, divinamente affranta...

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d'un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill'anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill'anni s'attese
quest'ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d'un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

(Guido Gozzano)

martedì 12 dicembre 2017


NATALE

Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l'asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

(Salvatore Quasimodo)


lunedì 11 dicembre 2017


A Gesù Bambino

La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

(Umberto Saba)

mercoledì 6 dicembre 2017



BUON NATALE

A Natale non si fanno cattivi
pensieri ma chi è solo
lo vorrebbe saltare
questo giorno.
A tutti loro auguro di
vivere un Natale
in compagnia.
Un pensiero lo rivolgo a
tutti quelli che soffrono
per una malattia.
A coloro auguro un
Natale di speranza e di letizia.
Ma quelli che in questo giorno
hanno un posto privilegiato
nel mio cuore
sono i piccoli mocciosi
che vedono il Natale
attraverso le confezioni dei regali.
Agli adulti auguro di esaudire
tutte le loro aspettative.
Per i bambini poveri
che non vivono nel paese dei balocchi
auguro che il Natale
porti una famiglia che li adotti
per farli uscire dalla loro condizione
fatta di miseria e disperazione.
A tutti voi
auguro un Natale con pochi regali
ma con tutti gli ideali realizzati.

(Alda Merini)

domenica 3 dicembre 2017


PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

L'Associazione Culturale Magnificat augura a tutti gli  amici e simpatizzanti una lietissima giornata.

giovedì 2 novembre 2017




La Poetessa Anna Bonnanzio, classificata al primo posto nella sezione Poesia a Tema Libero relativa all'ottava edizione del Premio Poetico Int.le ''Laudato sie, mi' Signore, riceve il Trofeo, la pergamena con motivazione, più la somma di euro 200 direttamente dalle mani del Maestro Alessandro Quasimodo figlio del noto Poeta, Premio Nobel, Salvatore.
Alla Poetessa vada tutto il nostro più caloroso plauso.'

mercoledì 1 novembre 2017

POESIE VINCITRICI L’OTTAVA EDIZIONE DEL PREMIO POETICO INT.LE ‘’LAUDATO SIE, MI’ SIGNORE’’
SEZIONE A POESIA A TEMA LIBERO

IL PALCO IMPOLVERATO
(di Anna Bonnanzio)

1° POSTO

In un canto romito della mente
bisbigliano frammenti del passato
e il palco dell’infanzia impolverato
s’anima piano, silenziosamente.

Una vecchina, con la mano offesa,
trascorre i pomeriggi a spigolare
e ammucchia il grano come una formica.
Un uomo sul piazzale della chiesa,
in un mantello nero, fosco appare
sbarrando fiammeggianti occhi d’ortica.
Un giovanotto dalla voce amica
mi riconosce: distinto e altruista,
ma senza avere il dono della vista.
Osservo, in prima fila, intensamente.

D’incanto il cupo pensare d’allora
-la paura che avevo del ‘’diverso’’-
S’annega nel mistero della vita.
Il silenzio d’amore si colora,
d’umanità, di sguardi al cielo terso,
di preghiera per l’anima ferita.
Penso e ripenso con rabbia infinita
agli altri mali che affliggono il mondo.
Tingo il pennino di bene profondo
per le ali tarpate… ingiustamente!

(Ballata grande)

ODE ALL’ACQUA
(di Bruno Fiorentini)

2° CLASSIFICATO

‘Humile e casta’ ti chiamò Francesco
in quel cantico suo di Frate Sole
e ‘utile e pretiosa’ e mi rincresco
io di più belle non trovar parole.
Fluisci nelle vene della terra
come sangue vitale del pianeta;
sgorghi come dal cuore che disserra
la fresca ispirazione d’un poeta.
Zampilli chioccolando alla sorgente;
ti bacia il sole a benedire il corso
e ti specchi nel cielo rilucente
bevendo il suo calore sorso a sorso.
Salti, spumeggi, scendi l’alte rupi
tra sassi levigati dal tuo andare,
irrompi sotto i ponti in gorghi cupi…
Inesorabilmente verso il mare.
Accolta infine nel suo caldo seno
svapori in cielo eterea, immortale
e quando appare a noi l’arcobaleno
ridiscendi quaggiù, pioggia vitale.
Tu sei bellezza. Chi non è rapito
da un torrente che scroscia giù dal monte?
Da un lago immerso nel suo verde sito,
dal mare che sconfina all’orizzonte?
Sei benefica forza: l’elemento
che apri vie nuove ad agili natanti,
mosse molini e macine a frumento,
forge di buoni attrezzi ai lavoranti.
È sol per te che l’universo vive.
Irrori i campi aperti e li fecondi,
disseti nelle limpide sorgive,
sani con le virtù che in te nascondi.
‘Salus in aquis’. Noto ai nostri avi
accorrenti alle terme apollinari
che, di noi ben più provvidi e più savi,
s’affidavano a fonti salutari.
Per te le Civiltà, nacque la Storia
là dove un dì lontano ebbe la cuna
presso quei fiumi sacri alla memoria
nella fertile terra a mezzaluna.
Per te vivremo nell’età futura
quando la Scienza, un prossimo domani,
ricaverà da te l’energia pura.
Liberi, finalmente, dagli ottani!

ANGELO BLU
(A mio cugino carlo scomparso prematuramente)

(Luca Zechini)

TERZO CLASSIFICATO

Nel respiro profondo ti ascolto
e nei fremiti mesti ti sento,
mentre densa d’amara tristezza
linfa torbida il cuore pervade.
Nell’effige d’affreschi leggiadri
il tuo viso m’appare d’innanzi
Con sembianze di florido aspetto
evocando un sentor d’armonia.
Poi, leale, lo sguardo s’invola
verso i cieli cercando il tuo viso
che confuso si perde avvinghiato
a ricordi di riccioli d’oro.
Tu! Destino! Burrasca di mare,
che sospingi il possente veliero
nell’eterno lamento del cuore
tu, nei flutti ti perdi lontano!
Quella trama crudele che ha vinto,
col furioso e violento complotto,
or ti vede che inerme soggiaci
e a beffarda ventura t’immoli.
Il dolore struggente e profondo
che d’amore trafigge il mio petto
si confonde con sere d’autunno
tra movenze di foglie sgualcite.

SEZIONE B POESIA A TEMA RELIGIOSO

LUCE – IL CIECO NATO –
(Rosanna Minei)

1° POSTO

Cammina sul bastone, adagio adagio.
Toccheggia il muro, alzando il volto privo
di luce. Gli fa seguito un randagio.
Sguardo perso nel vuoto. Inespressivo.
Nacque così: nel buio fa naufragio
da sempre. Un morto che si spaccia vivo.
Nulla più spera, non aspetta niente.
Nero il passato, nero il suo presente.

Nero il futuro. Cammina rasente.
Finché sui propri occhi la saliva
del Cristo mescolante al fango sente.
E in un istante il raggio astrale arriva
le sue pupille a fendere, ormai spente.
Arma appuntita, eppure non lesiva.
E getta un grido, come di dolore.
Ape i suoi occhi. Ed apre pure il cuore.

E per la prima volta guarda un fiore.
Del sole tutto d’oro che lo investe
non percepisce solo più il calore.
Contempla il cielo, e sa perché è celeste…
Del vento, impara che non ha colore…
E vede tutto il verde che riveste
l’erba dei campi: E lacrime gli scendono
sul viso ottenebrato. E lo riaccendono.

Vergini occhi in un ruscello apprendono
com’è il suo volto, eterno sconosciuto.
E d’infinito sfavillio risplendono
quando una donna – e un pargolo minuto –
gli ricorda l’infanzia sua. E trascendono,
immaginando un viso mai goduto:
quello di madre amata. Sguardo mare,
in cui gli fu negato d’annegare.

E si potrà di donna innamorare,
senza temere non somigli ad ella.
E potrà dolcemente carezzare
il corpo suo, dicendole: ‘’Sei bella
-senza più la paura di sbagliare –
mia dolce sposa, madre mia e sorella!’’.
E potranno spogliarla anche i suoi occhi
mentre il vestito scende oltre i ginocchi.

Mentre vagheggia, traccia scarabocchi
a terra. Ci provava da bambino
e, tra stridenti risolini sciocchi,
dei suoi coetanei era burattino.
Adulto, pure scherno di marmocchi.
Il guaritore gli si fa vicino.
Quando il suo sguardo dentro il suo riluce,
si sente invaso dalla vera Luce.

MADRE DEL RESPIRO
(Gabriella Cinti)

2° CLASSIFICATA


Madre del respiro
che hai fatto del vento un colore
e mi arrivi per oltranza di soffi,

innata nascente, Signora dell’Auspicio
deposto in mandorla di coscienza

a fiorire germogli d’anima nel fondo
gemmato della parola sorgente.

Più facile sarà capirti in diramazioni di luce,
disegno di sole espanso, fuori dal gioco
chiuso, nell’area sigillata dei giorni.

Madre del sorriso,
del comprendere per dono che scalda il bianco
lutto di troppe mattine, a vedere
issata la consolazione, tua intrepida bandiera

e sentire nelle vene sciolto
il glomo stretto dell’inossidabile,
disserrato lo scatto di trappola
in un Tuo solo soffio mite.

Madre delle stelle,
delle infinite e di quella al mio  fianco pulsante.

Madre degli occhi,
splendenza senza visione, mi additi
il fondo dello sguardo per te compiuto
nell’ultimo giardino dell’altrove.

Madre del senso,
non finirò di inseguire i tuoi segni,
lezioni d’anima fiorite.

Madre dell’azzurro,
respirosa iride del firmamento,
lampo verde di intendimento.

Madre della voce,
grazia perdurante in parola
pesca d’abisso che nutre di inesausto.

Madre della scintilla prima
emersa dalle stanze del principio,
cantando profezie d’amore in battiti d’ala,

scioglimi dal nulla di vischio

donami l’aria del sorriso

la fiducia dell’invisibile

l’illimite abbraccio senza mani

perché l’alto sia solo
il confine più intimo dell’oltre.

Madre dell’essenza,
conchiglia generosa degli universi

spalanca l’infinito nel più piccolo dei granelli,

io sappia per te l’ordine del mistero,

messaggera del Gioco,

il contorno esatto dell’Inizio

il tempo uno del Tutto

HOMO HOMINI LUPIS
(Rosanna Cracco)

3° CLASSIFICATA

Ne incontro tanti di lupi
nell’annodarsi degli egoismi
quelli delle barbarie
nella gara scomposta del denaro
quelli che sparano al mondo
anche sul pane quotidiano
Anche ieri per strada l’ombra
di quel viso astioso
contratto dal diffidare
occhi di fuoco che duole
una ostilità che disprezza l’altro.

Ma il lupo di Gubbio
affamato, feroce,
un tempo padrone selvaggio
dei boschi intrecciati di buio
ha trovato la Sua mano
una carezza nel lungo verde
acceso del monte
uno sguardo che tocca le forze
nascoste dentro.
Cede il combattere al comprendere
l’originaria mite interdipendenza

E il selvaggio lupo
trasformato in creatura
ammansita tra le mura di casa
divide il nutrimento
e cortesemente invecchia
Carezze invece di percosse
sulle lacerazioni originali
rinsaldate dal tepore
di chi si sente accolto
Un reincontrarsi di pace
dove ogni creatura ha
qualcosa da imparare
qualcosa da insegnare

SEZIONE C POESIA DIALETTALE

ABBASTA POCO
(Luciano Gentiletti)

1° CLASSIFICATO

A un mucchio de pischelli sognatori
sò abbastati du’ sassi a fà le porte,
‘na conta per spartì li giocatori,
‘na palla pe decide chi è più forte.

Nun ce vò gnente a cojonà la Sorte:
abbasta riacchiappasse li valori,
allontanasse da le cose storte,
coje er sereno drento a li dolori.

‘Sta socetà, malata de possesso,
che confonne co soni, luci e canti,
spigne l’omo lontano da se stesso.

La vita, infonno, è proprio come un gioco
che t’appassiona e te fa annà più avanti
quanno sai coje tanto… drento ar poco.

CI VUOLE POCO

Per alcuni ragazzini, ancora pieni di sogni / ci sono voluti solo pochi sassi per simulare le porte, / un conteggio per assegnare i giocatori ad ogni squadra, / e una palla per sfidarsi. / Occorre veramente poco per imbrogliare la Sorte: / riprendersi i valori che abbiamo dimenticato, / allontanarsi dalle strade sbagliate, / riuscire a non farsi travolgere dalle avversità. /
Questa società che privilegia il possesso / e ci incanta con le sue invenzioni, / ci allontana sempre più da noi stessi./
La vita in fondo è semplice, come un gioco / che ci appassiona e ci fa andare avanti / quando riusciamo ad accontentarsi di quello che abbiamo.

ABORTE
(Enrico Del Gaudio)

2° CLASSIFICATO

Nun guardaranno maje nu raggio ‘e sole
uocchie ‘nzerrate pe l’eternità,
ittat’ ‘e notte comme ‘a ‘na munnezza
dint’a’ casciunetto miezo a’ via.

So’ scarte ‘e suggità, scuorno ‘annasconnere
‘sti faguttiello senz’ammore ‘e mamma.
Se tegneno ‘e russetto, ‘e rrise faveze,
mentre teneno ‘e ‘mmane lorde ‘e sanghe

‘sti stronze ca s’accidemo ‘int’a panza
a nu’ nnucente can un po parlà.
Scrupele nun ne fanno e ‘o peccato
so ‘nzerrano ‘int’ ‘o core, zitte, zitte.

pe cunzervà ‘na dignità fasulla.
Pò dicere: Uè ma’ pecchè m’accide
quanno a chill’auto frato l’he tenuto?
A isso tutto e a mé me lieve ‘a vita?

Pur’i’ voglio tené o deritto ‘e nascere,
Ddio me l’ha dato e nun m’ ‘ può luvà!
Nun avive piacere si p’ ‘a mano
tutt’ ‘e matine me purtave a’ scola?

Vederme ‘e cammenà ‘e primme vvote,
mentre me mantenevo ‘mpont’ ‘a seggia,
e tu ca me ‘mparave ‘e primme passe?
E quanno a stiento me ‘mparavo a dicere,

tutto struppianto, o nommo tuoje: mammà?
Che te bastava a farle chistu sfuorze,
nu piatto ‘e cchiu che te custava a tavula?
Addò magneno duje, magneno tre…

T’avesse rialato ‘a gioia ‘e vivere
e tu sultanto ‘a morte m’ê saje dà.
Ma ‘o posto tujo d’ ‘o core che ce tiene?
‘Na preta can un tene forza ‘e sbattere?

N’odio ‘ncarnato ca sa’ sulo accidere?
Si penzammo ‘animale, ‘e cchiù feroce,
quanno le tuocche ‘e figlie so’ capace
‘e t’azzannà si tu le faje nu male.

‘E bestie nun cunoscono ‘a raggione,
e nun se fanno scrupelo ‘e t’accidere
ma ‘figlie dint’ ‘a panza nun l’accideno
pure per lloro ce sta ‘na pietà.

ABORTO

Non guarderanno mai un raggio di sole
quest’occhi chiusi per l’eternità,
buttati di note come una immondizia
dentro ad un cassonetto in mezzo alla strada.

Sono scarti di società, vergogna da nascondere
Questi fagottini senz’amore di mamma.
Si tingono di rossetto, risi falsi,
mentre hanno le mani lorde di sangue

queste stronze che si uccidono dentro la pancia
un innocente che non può parlare.
Scrupoli non ne fanno e il peccato
se lo chiudono dentro il cuore, zitte, zitte

per conservare una dignità fasulla.
Può dire: Senti madre, perché m’uccidi
quando a quell’altro fratello lo hai tenuto?
A lui tutto e a me, mi togli la vita?

Pure io voglio tenere il diritto di nascere,
Dio me l’ha dato e non me lo puoi togliere!
Non avevi piacere se per la mano
tutte le mattine mi portavi a scuola?

Vedermi camminare le prime volte,
mentre mi mantenevo ad una sedia,
e tu che mi insegnavi i primi passi?
E quando a stento mi insegnavi a dire,

tutto intruppato, il nome tuo: mammà?
Che ti bastava a farlo questo sforzo,
un piatto in più che ti costava a tavola?
Dove mangiano due, mangiano tre…

T’avrei dato la gioia di vivere
e tu soltanto la morte mi hai saputo dare.
Ma al posto tuo del cuore che ci tieni?
Una pietra che non ha la forza di battere?

N’odio incarnato che sa solo uccidere?
Si pensiamo agli animali, i più feroci,
quando gli togli i figli sono capaci
di azzannarti se tu gli fai un male.

Le bestie non conoscono ragione,
e non si fanno scrupolo di uccidere
ma i figli dentro la pancia non li uccidono.


‘A PANCHINA
(Antonio Covino)

3° CLASSIFICATO

Cammina chianu chiano pe na via
nu viecchio cu ‘o bastone e ‘a giacca corta,
na scarpa aperta annanze e ‘a pecundria
ca porta ‘nfaccia e dint’ ‘o passo accuorto.

Cu ll’uocchie ‘nterra scanza fuosse e prete,
ca primma nun facevano paura,
quanno teneva, attuorno, annanz’ e arreta,
nipute, figlie e mo è rimasto sulo.

Arriva tutt’ ‘e juorne a na panchina
ch’è sola comm’a isso, scungecata,
sta nfunn’ â strada, dint’ a nu ciardino,
d’ ‘o tiempo porta ‘e signe ch’ è passato.

Po’ penza, llà assettato, e nu sennuzzo
‘o stregne nganna p’ ‘a malincunia,
n’arillo, na lacerta, n’aucelluzzo,
nun servono pe sta’ cchiù ncumpagnia.

‘A dint’ ‘a sacca caccia na marenna,
nu poco ‘e pane e ‘a fella ‘e murtadella,
areta ll’accumpare e sta aspettanno,
sulagna comm’a isso na canélla.

‘O viecchio ‘un perde tiempo e sparte ‘o ppane
senza ‘bbarà si po’ lle vene famma,
s’ ‘o mmagna nzieme a isso chillu cane
ca po’ se stenne ‘nterra e piglia suonno.

S’aiza quanno è sera ‘o vicchiarello
d’ ‘a panca, traballanno, e po’ s’abbia
areta ‘o tene pede ‘a cacciuttella
e nzieme mo se fanno cumpagnia.

LA PANCHINA

Cammina lentamente per la strada
un vecchio col bastone e la giacca corta,
una scarpa aperta sul davanti e la malinconia
che porta nel viso e nel passo attento.

Con gli occhi a terra attento a buche e pietre,
che prima non facevano paura,
quando aveva intorno, avanti e indietro:
nipoti, figlie e ora invece e solo.

Arriva tutti i giorni a una panchina
ch’è sola come lui e un po’ malmessa,
è in fondo alla strada in un giardino,
porta i segni del tempo ch’è passato.

Poi, pensa, là seduto e un singhiozzo
gli stringe la gola per la malinconia,
un grillo, una lucertola, un uccellino
non servono per fargli compagnia.

Dalla tasca tira fuori una merenda,
un po’ di pane con la mortadella,
dietro gli compare e sta in attesa,
sola come lui una cagnolina.

Il vecchio non perde tempo e divide il pane,
senza pensare che poi gli verrà fame,
lo mangia insieme a lui quel cane,
si stende e poi, piano, piglia sonno.

Si alza quando è sera quel vecchietto,
dalla panca traballando e poi si avvia
appresso lo segue la cagnolina
e assieme ora si fanno compagnia.