domenica 4 novembre 2012

POESIE VINCITRICI ALLA 3^ EDIZIONE DEL CONCORSO POETICO "LAUDATO SI' O MI' SIGNORE"


QUAND’ERO LIBERA DI VOLARE
(per dire di sclerosi multipla)

Alta e sottile, dentro le vetrine
io mi specchiavo
e mi sentivo bella
e mi dicevan ‘’bella’’ dai cantieri,
come si fa col fischio, i manovali.
Non mi ricordo più come si balla
sui tacchi a spillo per le vie del centro.
Passato è il tempo di quand’ero snella,
lontani i giorni
quando camminavo.
La prima volta è stato alla stazione
di Metropolitana, in via Palestro.
Sono caduta senza una ragione
e le altre volte non ricordo più.
La mano destra mi risponde appena
e l’altra invece non mi sembra mia.
Le gambe me le piegano ogni giorno,
io lascio fare e intanto guardo fuori
le rondini che sfiorano di voli
la mia finestra, come una TV.
Io parlo poco, ormai non ho più fiato;
per dare una risposta a chi mi chiede
faccio dei segni solo con le ciglia.
Pensavo,
mentre cala giù il sipario
che della storia quel che più mi manca
è il manovale che mi fischia
‘’bella’’
e mi sorride mentre guardo in su.

1° classificata Sezione Poesia a Tema Libero
Autore Rodolfo Vettorello - Milano -


LAMPEDUSA

Oggi il mio volto avrà la pelle scura,
come le foglie secche ed ammassate
sulle grate, annerite di paura,
ingannate dal vento e abbandonate.

Mai più pensieri in vene accartocciate
né sogni o voli verso l’etere.
Sulle illusioni fragili d’estate,
sulla perduta linfa soffia polvere:

inaspettata ruga da nascondere
all’impietoso specchio, che riflette
spenti colori, brulle vite povere
sulle nostre coscienze aride e grette.

Vedrò con occhi vuoti chi promette
orizzonti lontani, offrendo sale
per l’agitato mare a chi scommette
la propria vita in terra occidentale.

Adotterò la lingua che risale
le nervature aperte, con ferite
allineate in maniera sempre uguale
ai bordi delle labbra ora smarrite.

Mi tingerò le vesti con matite
multicolori: vele appariscenti
piene di sole, perse al largo… vite
spruzzate d’acqua in mari trasparenti.

Arcobaleno ostaggio di correnti,
gioco di luce infrante contro i massi,
l’onda migrante solca i continenti
tracciando rotte incerte e incerti passi.

Ricalcherò le vostre orme tra i sassi
Impresse in questo scoglio levigato,
scostando sabbia dai fondali bassi,
tagliando vecchie reti del passato.

La mia voce vivrà del vostro fiato,
che dai deserti muove foglie e giura,
d’aver vissuto il sogno vaneggiato
di una libera terra oltre le mura.

2° classificata Sezione Poesia a Tema Libero
Franco Revello – Nichelino (TO) -



LA TERRA DI MIO PADRE

Nell’afa che al canto inchiodava
le gole di accese cicale
il corpo arrendevole al gesto dell’onda
falciava mio padre
silenzi di grano.
Un punto era l’uomo nel campo
lui pure linfa argilla umore zolla.

Ah quanto amavi padre quella terra
che liberava voli di ragazzi
leggeri come grappoli d’uccelli
ma a te soltanto il laccio di radici
gettava ad intricarti i passi e il cuore
gelosa lei di te, quasi un’amante.

Tu ne auscultavi attento ogni respiro
e piano ti muovevi sopra il cuore
per non svegliarla al sonno dell’inverno
o ti facevi brezza a pettinare
il fieno di lunghissimi capelli
con mani quasi una parvenza
di tenerezza volta ad una donna.

Adesso le prode hanno seni pesanti.
C’è bisogno di te lungo i filari.
Ritorna padre al rito della vigna.
C’è da gettare il seme e ricoprirlo
ché non lo streghi l’occhio della luna.
Ritorna padre, germina col grano.

Ti avvertirò per caso da un sentore
(odoravano d’erba i tuoi ritorni
a riportare sere sulle soglie).
Mentre la brocca salirà dal pozzo
mi volterò e improvviso sarà un volto.
Un lampo:
il lago nero dei tuoi occhi.

Mi insegnerai i segreti del silenzio.
Mi condurrai alla terra e mi darai
grandi le mani per aprirne il ventre.

3° classificata Sezione Poesia a Tema Libero
Loriana Capecchi – Quarrata (PT) -



IL CANTO DI CELESTINO

1.Per tratturi sinuosi, salmodiante,
lento corteo discende la montagna;
una turba di popolo festante,
principi e cardinali l’accompagna.
Ma non c’è gioia, non esaltazione
sulla faccia di Pietro da Morrone.

2. Il santo vecchio dalla vita grama
che lasciò il mondo e le sconcezze addietro,
è lui l’eletto! Roma lo reclama:
è Pontefice sommo, il nuovo Pietro.
Strappato dall’impervio romitaggio
va verso la sua chiesa: Collemaggio.

3. Sì, la sua chiesa dove, un dì lontano,
Maria gli apparve in sogno e volle un tempio;
dove riposa in uno avello arcano
protetto d’ogni oltraggio e d’ogni scempio.
E dove accoglie chi cerca speranza
nel sacro giorno della ‘perdonanza’.

4. Di quell’oltraggio fosti testimone
Monte Fumone tu, tra quelle mura
dove, chiuso nell’eremo-prigione,
Celestino fu tratto in sepoltura.
Il ‘gran rifiuto’ del papale ammanto
non impedì che fosse fatto santo.

5. Nel dì della sua festa, un gran corteo
in processione con la ‘bolla’ incede
per annunciare il primo Giubileo
che tu donasti al popolo che crede.
Al tocco de la rama* consacrata (un ramoscello d’olivo battuto tre volte)
la porta santa schiuderà l’entrata.

6. E tu, grande Basilica del Colle,
splendida d’arte, libro spalancato,
racconterai per le accorrenti folle
storie che fanno grande il tuo passato.
È maestra del vivere la Storia:
non c’è futuro se non c’è memoria.


1° classificata Sezione Poesia Religiosa
Bruno Fiorentini – Bracciano (RM) -


PREGHIERA DOPO L’INONDAZIONE
I
O Signore, disperdi la tua furia.
Spegni e riponi gl’intimi bollori
al mar, non vedi che dai suoi furori
morte ne viene agli uomini e penuria?

Non vedi quanta, quanta già miseria
ne viene da noi stessi ai nostri cuori
e ne strugge di morte? Ai nostri orrori
vuoi tu si aggiunga l’acqua deleteria?

Perché, o Signore, il mare hai scatenato
per aggravar le nostre dure pene?
Perché alla terra il mare ha volto i rostri?

Se in croce tu per noi fosti inchiodato,
perché ora infuri? Forse l’acqua viene
a far vendetta dei peccati nostri?

II

Riconosciamo d’esser peccatori,
d’essere ostili pure alla tua Sposa;
la nostra Fede vegeta o riposa,
sono fasi e pagani i nostri amori.

Ma tu riporta il mar nella sua casa
e noi ti ridaremo i nostri cuori,
e noi ti ridaremo i nostri amori
sulla terra al riso ancor pervasa.

Torni di nuovo a splendere il tuo sole,
torni sereno il volto del tuo cielo,
torni alle nostre case l’alma pace.

Torni la gioia alle terrestri aiuole,
torni il fiore a fiorire sullo stelo
e noi riaccenderemo la tua face.

2° classificata Sezione Poesia Religiosa
Autore Mariano Cerignoli – Roma –


FILASTROCCA PER FRANCESCO

Si rischiarava il cielo del mattino
e il volto teso dal lungo cammino
alla carezza del vento porgeva
e una semplice prece ripeteva,
guerriero senza scudo, ma tenace,
guerriero mite, di un Dio di pace.
Incontrava briganti, masnadieri,
donnette di villaggio, giornalieri
legati alla fatica e allo sconforto,
umili genti, che subivan torto.
E alzava la sua mano a benedire
e regalava un pane per nutrire
colui che n’era privo, sorreggeva
il malato e lo storpio e gli diceva
d’avere fede nel nostro Signore,
che ci è sempre vicino nel dolore.
A passi lenti entrava nei castelli
seguito da quei pochi suoi fratelli
e raccontava a tutti la delizia
del dimorare in perfetta letizia
senza il peso dell’oro e dell’argento
che ti fa brutto e cupo, e mai contento.
E andò così per l’universo mondo
a predicar con animo giocondo,
con le bestie e le piante in armonia,
finché venne il suo tempo, e così sia.

2° classifica ex aequo Sezione Poesia Religiosa
Autore Pietro Baccino – Savona –

LA MIA VOCE È QUESTO BOSCO

Tra i tronchi dritti fino al cielo infissi
con larghi tetti di case fatte d’aria
mille mani d’oro e di smeraldo
che fremono nel mormorare lento
d’un’infinita preghiera che sa il vento
e che balbetto io in solitario ritiro
presso la chiesa eletta del mio tronco.

…Signore, la mia voce è questo bosco,
la mia preghiera è il sommesso
mormorare delle fronde:
Immensità d’Amore è il Tuo nome,
Totalità ed Uno, Perfezione.

So d’essere nell’interezza al Tuo cospetto
e non ha parole la mia bocca.
Resto stupefatta ad adorarti
nel vuoto-pieno del bosco che profuma
come in una chiesa di colonne
che salgono a gradini fino al cielo
e nel bisbiglio di questo canto lento
che mani in alto aperte Ti ripetono
io vedo il sole aprirsi ed abbracciarmi
con infinite dita accarezzarmi
nell’oro fuso della sera…

Io stilla della vita nell’immenso
nell’immensità del Tuo amore
io m’annego.

3° classificata Sezione Poesia Religiosa
Autore Francesca Di Castro (Roma)


ARMÓR

Armór, a sent, armór e cunfušion,
l’è tot un còrar svilt par arivê,
par vivar, vènzar, senza stê a pinsê
e’ ben e’ mêl, e’ tôrt o la raŝon.

L’è temp d truvê parôl còma ‘’pardon’’,
‘’fradël’’, ‘’amigh’’, e stêr un pô a pinsê,
guardê la tëra e e’ zil, e avdè balê
int e’ camen la fiâma stra i cavdon.

A l’ùltum sól dla sèra, int e’ curtil,
cun i pi schėlz in sdé ins un murazôl,
u m piéš, e instânt che j’ oč, i va luntân,
zirchènd e’ sens dla vita, ascult al fôl
ch’e’ conta al foj dal piöp a l’aria e a e’ zil.

RUMORE

Rumore, sento, rumore e confusione
è tutto un correre svelti per arrivare,
per vivere, vincere, senza stare a pensare
il bene e il male, il torto o la ragione.

E’ tempo di trovare parole come ‘’perdono’’,
‘’fratello’’, ‘’amico’’, e stare un po’ a pensare,
guardare la terra e il cielo e veder danzare
nel camino la fiamma fra gli alari.

All’ultimo sole della sera nel cortile,
con i piedi scalzi seduto su un muricciolo,
toccare le fessure antiche con le mani

mi piace, e intanto che gli occhi vanno lontano,
cercando il senso della vita, ascolto le favole
che raccontano le foglie dei pioppi all’aria e al cielo.

1° Classificata Sez Poesia Dialettale
Autore Franco Ponseggi Bagnacavallo (RA).

ER PESO DE LA VECCHIAJA

Ariva ‘n giorno che te senti vecchio,
t’accorgi che la vita se n’è annata:
lo vedi ‘na matina, ne lo specchio,
mentre tocchi la testa scapijata.

L’occhi fisseno er viso e li capelli,
la pelle rinzecchita… che dolore!
La mente t’ariporta all’anni belli,
e ‘n brivido te scenne fino ar còre.

Hai inteso dì:- E’ diventato ‘n peso,
come se fa a tenello… va curato.-
Parole maledette… t’hanno steso:
te vonno sbatte drento a ‘n penzionato.

Nell’occhi tui nun brilla più er soriso,
te senti che ciai l’animo svotato;
‘sto fatto t’ha corpito all’improvviso,
è annato dritto ar còre… l’ha spezzato.

Er vecchio s’avvilisce… mòre drento
sì nun je fai sentì la tenerezza.
je basta poco pe campà contento:
l’affetto de ‘no sguardo e… ‘na carezza

IL PESO DELLE VECCHIAIA

Arriva un giorno che ti senti vecchio,
ti accorgi che la vita è passata:
lo vedi una mattina nello specchio,
mentre tocchi la testa scapigliata.
Gli occhi fissano il viso ed i capelli,
la pelle avvizzita… che dolore!
La mente ti riporta agli anni della giovinezza,
e un brivido ti scende fino al cuore.
Hai sentito dire: - E’ diventato un peso,
come facciamo a tenerlo… occorre curarlo.-
Parole maledette… ti hanno distrutto:
ti vogliono mandare in una casa di cura.
Nei tuoi occhi non brilla più il sorriso,
senti il tuo animo svuotato;
questo episodio ti ha colpito all’improvviso,
è andato dritto al cuore e lo ha spezzato.
L’anziano si avvilisce… muore dentro
se non sente la tenerezza nei suoi confronti.
Gli occorre poco per vivere felice:
l’affetto di uno sguardo e… una carezza.

2° classificata Sezione Poesia Dialettale
Autore Gentiletti Luciano Rocca priora (RM)

NA CROS

Là ‘ntè che ‘l vént al sciübia, sül crinal,
‘ntè che ‘l ciél e la fiòcca fan l’amor,
gh’è na cros e ‘n mazz ‘d fioi ‘ndà a mal
con bavi ‘d giacc e l’ombra d’un culor

che ‘s cunfond tra la pèsta d’un rimal,
gnü fò, tra lüm e scür, sanza rumor,
a cerchè un fil d’erba a bord dla val.
La cros e ‘l mazz, là ‘nscì, segnu dulor:

na picozza piantà ch’ la scappa ‘d man
e la corda che ‘s romp… na bòtta ‘n bass,
un fil ed sangh, sutil, ch’al va luntan

e la muntagna, citta, ‘nt el fracass
a pensè che quaidün a piangg duman
sü na cros sanza nom ch’ la varda ‘l pass.

UNA CROCE

Là dove il vento fischia sul crinale,
dove cielo e neve fanno all’amore
c’è una croce e un mazzo di fiori appassito
con bave di ghiaccio e l’ombra di un colore

che si confonde tra le orme di un animale,
uscito all’imbrunire, senza rumore,
per cercare un filo di erba ai lati della valle.
Quella croce e quel mazzo, là, segnano un dolore:

una piccozza piantata che sfugge di mano
e la corda che si rompe… un tonfo in basso,
un filo di sangue, sottile, che va lontano

e la montagna, zitta nel rumore
a pensare che domani qualcuno piangerà
su una croce senza nome che guarda il passo.

3° classificata sezione Poesia Dialettale Gianni Martinetti Cavallirio (NO).