venerdì 26 dicembre 2014

OMAGGIO ALL'ANNO CHE VERRA'


L'anno vecchio se ne va e mai più ritornerà,
io gli ho dato una valigia di capricci e impertinenze,
di lezioni fatte male, di bugie e disubbidienze
e gli ho detto: ''Porta via! Questa è tutta roba mia.''
Anno nuovo, avanti avanti,
ti fan festa tutti quanti,
tu la gioia e la salute porta ai cari genitori,
ai parenti ed agli amici rendi lieti tutti i cuori,
d'esser buono ti prometto, anno nuovo
benedetto.
(Anonimo)

lunedì 15 dicembre 2014

E' NATALE




E’ NATALE
 

E’ Natale ogni volta

che sorridi a un fratello

e gli tendi la mano.

E’ Natale ogni volta

che rimani in silenzio

per ascoltare l’altro.

E’ Natale ogni volta

che non accetti quei principi

che relegano gli oppressi

ai margini della società.

E’ Natale ogni volta

che riconosci con umiltà

i tuoi limiti e la tua debolezza.

E’ Natale ogni volta che permetti al Signore

di rinascere per donarlo agli altri.

(Madre Teresa di Calcutta).

 

(

mercoledì 10 dicembre 2014

LETTERA DI UN PADRE AL FIGLIO

 
LETTERA A UN FIGLIO
Caro figlio,
se un giorno mi vedrai vecchio, se mi vedrai sporco quando mangio e non riesco a vestirmi... abbi pazienza, ricorda il tempo che ho trascorso io a insegnartelo. Se quando parlo con te ripeto sempre le stesse cose, non mi interrompere... ascoltami. Quando eri piccolo dovevo raccontarti, ogni sera, la stessa storia, finché non ti addormentavi. Quando non voglio lavarmi non biasimarmi e non farmi vergognare... ricordati quando dovevo correrti dietro, inventando delle scuse, perché non volevi fare il bagno. Quando vedi la mia ignoranza per le nuove tecnologie, dammi il tempo necessario e non guardarmi con quel sorrisetto ironico. Ho avuto tanta pazienza ad insegnarti l’abc. Quando, a un certo punto, non riesco a ricordare o perdo il filo del discorso... dammi il tempo necessario per ricordare. E se non ci riesco, non ti innervosire: la cosa più importante non è quello che dico, ma il mio bisogno di essere con te e averti lì che mi ascolti. Quando le mie gambe stanche non mi consentono di tenere il tuo passo, non trattarmi come se fossi un peso, vieni verso di me con le tue mani forti, nello stesso modo con cui io l’ho fatto con te, quando muovevi i tuoi primi passi. Quando dico che vorrei essere morto... non arrabbiarti, un giorno comprenderai che cosa mi spinge a dirlo. Cerca di capire che alla mia età a volte non si vive, si sopravvive soltanto. Un giorno scoprirai che, nonostante i miei errori, ho sempre voluto il meglio per te, che ho tentato di spianarti la strada. Dammi un po’ del tuo tempo, dammi un po’ della tua pazienza, dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui io l’ho fatto per te. Aiutami a camminare, aiutami a finire i miei giorni con amore e pazienza. In cambio io ti darò un sorriso e l’immenso amore che ho sempre avuto per te. Ti amo figlio mio.
Il tuo papà
(Da Frate Indovino)

lunedì 8 dicembre 2014

LO ZAMPOGNARO

 
 

LO ZAMPOGNARO

 

Se comandasse lo zampognaro

che scende per il viale,

sai che cosa direbbe

il giorno di Natale?

 

“Voglio che in ogni casa

spunti dal pavimento

un albero fiorito

di stelle d’oro e d’argento”.

 

Se comandasse il passero

che sulla neve zampetta,

sai che cosa direbbe

con la voce che cinguetta?

“Voglio che i bimbi trovino,

quando il lume sarà acceso

tutti i doni sognati

più uno, per buon peso”.

 

Se comandasse il pastore

del presepe di cartone

sai che legge farebbe

firmandola col lungo bastone?

 

“ Voglio che oggi non pianga

nel mondo un solo bambino,

che abbiano lo stesso sorriso

il bianco, il moro, il giallino”.

 

Sapete che cosa vi dico

io che non comando niente?

Tutte queste belle cose

accadranno facilmente;

 

se ci diamo la mano

i miracoli si faranno

e il giorno di Natale

durerà tutto l’anno.

 (Gianni Rodari)

domenica 7 dicembre 2014

ARRIVA A GRANDI PASSI LA FESTA DEL NATALE


UNA STELLA SULLA STRADA DI BETLEMME

di Boris Pasternak

Era invernoe soffiava il vento della steppa.Freddo aveva il neonato nella grottasul pendio del colle.L'alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici stavano nella grotta.Sulla culla vagava un tiepido vapore.Dalle rupi guardavanoassonnati i pastorigli spazi della mezzanotte.
E li accanto, sconosciuta prima d'allora,più modesta di un lucignoloalla finestrella di un capanno,tremava una stella
sulla strada di Betlemme.

mercoledì 3 dicembre 2014

GIORNO D'INVERNO

Giorno d’inverno (Giovanni Pascoli)
 
 
Nevica: l'aria brulica di bianco;
la terra è bianca, neve sopra neve;
gemono gli olmi a un lungo mugghio stanco,
cade del bianco con un tonfo lieve.
E la ventata soffia di schianto
per le vie mulina la bufera;
passano bimbi; un balbettio di pianto;
passa una madre; passa una preghiera!
 

 

domenica 30 novembre 2014

IL GATTO INVERNO

 
 

IL GATTO INVERNO

Ai vetri della scuola stamattina
l'inverno strofina
la sua schiena nuvolosa
come un vecchio gatto grigio:
con la nebbia fa i giochi di prestigio,
le case fa sparire
e ricomparire;
con le zampe imbianca il suolo
e per coda ha un ghiacciolo
Sì, signora maestra,
mi sono un po' distratto
ma per forza, con quel gatto,
con l'inverno alla finestra
che mi ruba i pensieri
e se li porta in slitta
per allegri sentieri.
Invano io li richiamo:
si saranno impigliati in qualche ramo
spoglio ;
e per dolce imbrogliochiotti, chiotti,
fingon d'esser merli e passer

Questa poesia proviene da: Poesie d'inverno di Gianni Rodari –

Gianni Rodari: IL POETA DAL CUORE FANCIULLO.

INVERNO



Ed ecco che, avvolto in un caldo mantello, arriva il gran mago del gelo....

giovedì 20 novembre 2014

AUTUNNO

 
 
L'autunno nell'emisfero boreale ha inizio il giorno dell'equinozio d'autunno che, nel 2014, cade il 23 settembre e termina il 21 dicembre.

CANZONE D'AUTUNNO



CANZONE D'AUTUNNO
 
I lunghi singhiozzi
dei violini
d'autunno
mi feriscono il cuore
con un languore
monotono.
Tutto affannato
e pallido, quando
rintocca l'ora,
io mi ricordo
dei giorni antichi
e piango;
E me ne vado
nel vento maligno
che mi porta
di qua, di là
simile alla foglia morta.
(Paul Verlaine)

martedì 18 novembre 2014

APPARTENGO ALL'AUTUNNO

 
 
Appartengo all'autunno.
E in autunno mi parlano tutte le cose che ho perso.
(NinaEin, Twitter)

domenica 16 novembre 2014

L'ESTATE E' FINITA





 
 L'estate è finita
 
Sono più miti le mattine
e più scure diventano le noci
e le bacche hanno un viso più rotondo.
La rosa non è più nella città.
L'acero indossa una sciarpa più gaia.
La campagna una gonna scarlatta,
Ed anch'io, per non essere antiquata,
mi metterò un gioiello.
(E. Dickinson)
 
 

domenica 9 novembre 2014

NOVEMBRE



NOVEMBRE


Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate
fredda, dei morti.

(Giovanni Pascoli)

giovedì 23 ottobre 2014

L'ETA' MATURA



L'età matura è l'inverno, ahimè, per molti, ma per i saggi e gli ottimisti è il tempo felice di un fruttifero raccolto.

Più a lungo ci si continua a stupire, più si resta giovani.

La maturità arriva improvvisamente così, come la neve. Una mattina ti svegli e ti rendi conto che tutto è bianco.

E' con l'avanzare dell'età che si impara a rimanere giovani.

Se qualcuno dichiara di essere capace di fare a sessant'anni ciò che faceva a venti, allora non faceva molto in gioventù.

Man mano che si invecchia ci si libera dei propri difetti perché a lungo andare non servono più.

Ci sono quattro grandi periodi nella vita di ogni uomo:
- Quando crede in Babbo Natale
- Quando non crede più in Babbo Natale
- Quando è lui Babbo Natale
- E finalmente quando somiglia sempre di più a Babbo Natale.

e per finire...
le persone che si considerano troppo vecchie per imparare qualcosa, probabilmente sono state sempre vecchie.
(Dal web)

martedì 21 ottobre 2014

IL GIOVANE FAVOLOSO

 
 
Cara beltà che amore Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne’ campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l’innocente
Secol beasti che dall’oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

Viva mirarti omai
Nulla speme m’avanza;
S’allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s’anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.

Fra cotanto dolore
Quanto all’umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg’io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni
L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.


(Giacomo Leopardi)

IL GIOVANE FAVOLOSO


LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA


Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L'artigiano a mirar l'umido cielo,
Con l'opra in man, cantando,
Fassi in su l'uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
Della novella piova;
E l'erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
L'uomo a' suoi studi intende?
O torna all'opre? o cosa nova imprende?
Quando de' mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno;
Gioia vana, ch'è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E' diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana. 


(Giacomo Leopardi)

mercoledì 15 ottobre 2014

LE POESIE VINCITRICI DELLA V° EDIZIONE DEL PREMIO POETICO INT.LE ''LAUDATO SI' O MI' SIGNORE''


POESIE VINCENTI LA V° EDIZIONE DEL PREMIO POETICO INT.LE ‘’LAUDATO SI’ O MI’ SIGNORE’’

1° POSTO SEZIONE A (POESIA A TEMA LIBERO)

IL LAMENTO DELL’OLIVO SECOLARE TRAPIANTATO

(di Paolo Pizzolongo Portici –NA)


Un altro cielo, una diversa terra

per queste tristi foglie, i monchi rami

ed il vetusto secolare tronco!

Per quanto tempo io qui sopravvivrò?

A chi delle mie parti ha fatto scempio,

mettendo bene in mostra, per vanità,

questa possente mia longevità

donar dovrei la vita mia residua?

Una diversa linfa nelle vene,

scorrendo pigra nel tormentato tronco,

rafforza i sogni miei, la nostalgia

del viver mio nella lontana landa

che aveva cielo e mare per orizzonte!

Radici monche, sofferenti, cieche,

che la mia terra pristina rinserra,

vestigi ed orme son della mia vita!

Da tenero virgulto assai lottai

tra angusti spazi nella pietrosa landa

finché la terra mi divenne amica;

e sopravvissi ai venti, alle tempeste,

ai forti geli, al caldo ed all’arsura;

aggiunsi cerchie di novello legno

al duro cuore e così resi forte,

possente il tronco ed ampia la mia chioma!

Col fico a me vicino io discorrevo;

al tordo offrivo olive mie mature,

e al contadino ogni anno un buon raccolto.

Nel cielo terso, limpido, sereno,

io contemplavo a lungo il firmamento,

la luna che saliva e che calava,

tramonti accesi, spettacolari aurore;

e nell’attesa della primavera

mettevo in boccio i fiori ed alla chioma

offrivo nuove cenerine foglie

e palme sacre per augurar la pace!

Mi rallegravo al suon delle campane

che a festa dondolavano a distesa!

Io qui son sempre avvolto dalla nebbia;

in quest’angusto ed appartato spazio

il cielo è solo un piccolo quadrato;

qui non arriva suono di campane

né cinguettio d’uccelli, né viene il tordo

ad assaggiar le olive mie mature!

Io qui mi sento come un manichino

vestito fuori ma dentro senza vita!

Perché la vita mia io la lasciai

nella lontana ed assolata landa!

Con lei nel cuore mi troverà la morte!


2° POSTO ‘’LA TUA VOCE SA D’AURORA’’

(di Maria Rosaria Perilli Firenze)


Quell’angolo, affollato ma discreto

profumato di luci, tante voci.

La tua – lei sa d’aurora –

sfiora le ore veloci

del nostro andar segreto,

quieto, alla sera che leggera affiora.


Bocche e baci: Tu taci: Si colora

bianca la bruma sul fiume, nasconde,

complice ed accogliente,

le mani avvinte, le onde

del corpo mio che infiora

il tuo. Giglio vermiglio. Rosa ardente.


Ecco, la notte batte già impaziente,

stretti ci coglie alle soglie del gelo.

Un velo dai lampioni

passa a imbiondire il cielo,

il verso adolescente

che fremente al ricordo, qui mi doni.


Vai, ma lo sai che mai tu m’abbandoni.

Suoni, ancora d’aurora, ad ogni istante,

all’angolo discreto

alla bruma tremante

alle labbra a cui poni

un sapore d’amore. E di segreto.


3° POSTO ‘’ INTENSE PRIMAVERE’’

(di Elisabetta Freddi Senigallia-AN)



Ad una ad una spoglio le stagioni

con sguardo adulto ancora cristallino,

nel cuore sento tenere emozioni

mute parole fanno capolino.


Poesie fiorite dentro il mio giardino

alla luce di un sole ammaliatore,

profumate carezze mai declino

superbo dono denso di colore.


Ho riscaldato inverni con ardore

un fuoco sacro gioia della vita,

ho raffreddato estati con amore

fedele ad una strada mai smarrita.


Intreccio la mia favola infinita

con fili bianchi e intense primavere,

preludio di un autunno che m’invita

a rifiutare facili chimere.


Ghiotta di luce nelle buie sere

cerco le stelle: abili evasioni,

la fantasia non pone mai barriere

all’alba sono un volo di aquiloni.


SEZIONE B (POESIA A TEMA RELIGIOSO)


1° POSTO BRUNO FIORENTINI (Bracciano – RM)


(A Maria)


Vergine, dall’Empireo celeste

ove regni beata accanto al Figlio,

volgi lo sguardo a queste plaghe infeste

dove dal fango è germinato un giglio:

giglio d’inesprimibile candore

per un progetto del Divino Autore.


Qui fosti donna, fosti madre e sposa;

hai conosciuto il pianto ed il dolore,

lo strazio di chi aspetta… e non sa cosa

scorrendo trepidante i giorni e l’ore.

Chi, uomo, vive qui la sua passione

sa che tu sai la nostra condizione.


Tu che desti la carne a un figlio-dio

e accettasti lo strazio del Calvario,

non ci lasciare adesso nell’oblio:

la carne è molle, infido l’avversario!

Tu che ti dichiarasti umile ancella,

conforta chi nel male a te s’appella.

Dovunque è fame e sangue; ove il dolore,

ove l’odio dilania ogni speranza,

sovvieni tu: la forza del tuo amore

porta la pace, porta fratellanza.

Per me, t’impetro, accogli una preghiera:

è buio… è tardi… Ormai s’è fatta sera.


Quando verrà l’occaso del mio giorno

tu sarai lì – non l’ho sperato invano! –

come stessi aspettando il mio ritorno.

Mi prenderai, materna, per la mano

per dire al Figlio che ti sa ascoltare

che, se molto ho sbagliato, è umano errare.


E l’ora più triste della dipartita

sarà l’ora più bella della vita.


2° POSTO ANNA BONNANZIO (Aprila –LT)

(Rondò di Natale)

Non mi sorride il volto della luna

in questa notte povera di stelle.

Spengo le mie paure ad una ad una

decisa come un’anima ribelle:


sfidando neve e pioggia a catinelle,

nel sogno cerco la capanna santa

e una nenia di mille ciaramelle

è la guida nel giorno che… m’incanta!


Una mamma la ninna nanna canta

davanti ad un lettino d’ospedale

e con fede infinita prega, affranta,

contemplando la culla celestiale.


In un barbone un guizzo emozionale:

pranzare nel tepore d’una chiesa

è il magico regalo di Natale.

Oggi il suo cuore palpita d’attesa.


I miei monti risuonano a distesa

e raggelanti avanzano i pastori

per ritrovare vita, amore e intesa

tra lumi, incenso e canti di colori.


Mi sveglio al lieve tocco degli albori,

non è finito tutto, che fortuna!

Adorerò Gesù tra gli splendori.

M’infiammo d’umiltà… come nessuna.


3° POSTO PAOLO BUTTI (Figline Valdarno FI)

‘’La Verna’’


La via che in silenzio affida al Santuario è segno,

annuncio d’un luogo inconsueto,

che si apre discreto allo sguardo appena al di là dal cancello.


La Verna

a poco a poco apre le braccia con sobria armonia.


I muri diventano massi sporgenti dal suolo,

il verde incornicia, incastona,

fiorisce leggero sui tetti, fra i ciottoli lungo il selciato.


Il tempo e l’eterno vi posano insieme,

lambiscono il cuore.


Con occhi dischiusi al sorriso vi passa l’umana famiglia,

perfino da terre d’un altro colore, d’un sole diverso, lontane.


In mezzo, i custodi rimangono in veglia,

fratelli fra tanti fratelli;

ai sai increspati dal vento dan gli anni diverse corone.


Raccontan le storie ove palpita il sacro l’umana salvezza,

figure del grande prodigio che gli anni rinnovano

e fino al cadere dell’ultimo giorno;


risplendono sugli zaffiri maioliche bianche

e parlan d’amore,

risplende Maria, risplendono il Cristo e Francesco…

e parlan d’amore.


Un’aria di pace discende nel cuore, vi cerca dimora.


Il sasso riaffiora, sparisce, ritorna ogni istante dinanzi,

è filo tenace,

è stella cometa che brilla alla fine più pura, più cruda,

è specchio severo che scuote,

misura per l’anima ingombra di ricchi amuleti,

stordita da mille sirene.


E forte si leva la voce che invita a scavare, a far mondo,

parola che cerca il silenzio, anela al deserto

ché libera possa echeggiare…


Sta presso la Croce Francesco,

profonde ne porta le piaghe, la gloria, il sigillo;

invoca perdono per ogni fratello,

lo invoca per ogni sorella e porge invisibile mano;

insieme, in unione con lui la porgono dolce i suoi figli

e danno conforto e danno speranza… e danno perdono.


Salire alla Verna è salire un gradino,

è trovar refrigerio… è accostarsi all’altare.


SEZIONE C POESIA DIALETTALE


1° CLASSIFICATO LUCIANO GENTILETTI (Rocca Priora –ROMA)


(Er destino)



Poteva nasce indo’ nun c’è la fame…

indove l’acqua viè dar rubbinetto…

invece cià du’ frasche come tetto

e già fatica pe ‘sto monno infame.


Poteva inzognà er principe o la fata

e poi, da granne, fasse ‘na famija,

invece è già sposata… pora fija:

cià dodicianni… un vecchio l’ha comprata.


Poteva avé li giochi attorno ar letto…

e ‘na carezza pe la bonanotte…

invece solo strilli poi… la notte:

pe lei nun ce sta amore né rispetto.


Nun se ribella ar dramma de ‘sto patto,

lei ce lo sa che c’è ‘sta tradizzione:

si nasci donna è ‘na maledizzione,

sei sortanto ‘na merce pe ‘n baratto!


Traduzione

Poteva nascere dove non si patisce la fame…/ dove l’acqua viene da un rubinetto…/invece ha solo rami come tetto / e già lavora per questo mondo ignobile./

Poteva sognare un principe o una fata / e poi da grande avere una famiglia / invece è già sposata… povera figlia: / ha dodici anni… un vecchio l’ha comprata./

Poteva avere dei giocattoli intorno al letto… / e una carezza per la buonanotte…/ invece solo rimproveri poi… di notte: / per lei non esiste l’amore né il rispetto./ Non si ribella al dramma di questo scambio, / lei lo sa che esiste questa tradizione:/ se nasci donna è una maledizione, / sei solamente la merce per fare un baratto./


2° POSTO PAOLO LACAVA (Fabriano –AN)

(Quandu mi ndi valu… - dialetto di Reggio Calabria)


‘U sacciu, mi nd’accorgiu ch’est’ un guaiu,

ma, ch’am’a ffari, non c’è sarbazzioni,

è bruttu, è veru, ma quando mi ndi vaiu

fa’ finta ch’esti sulu… Cunfusioni;


chi sugnu ancor’an giru, ammenz’altezza,

e chi, c’a cur’ell’occhiu vi conthrollu,

chi volu supr’e testi, chi bellezza

e sempr’ammenz’a vui, ‘chi non mi scollu!


Non ti rassài mai, e non ti rassu,

su’ sempri ccà ‘mbiddhatu, supr’a tia,

Carmela, varda, varda, sugn’on passu,

r’u me’ profumu ‘nt’all’aria rest’a’ scia;


si vardi bonu, ancora sugnu ddhà,

‘nt’o portapinni, supr’a’ scrivania,

‘nt’o frigu, ‘nti ddhu menzu baccalà,

opuru ‘nti ‘na vecchia poisìa


nt’o mobili r’u ‘’studiu’’, ch’i taralli

e ‘nt’o divanu, ‘mbrazzatu ch’i cuscini,

‘nt’o corridoiu, ch’i juri ‘’gialli gialli’’

E ‘nta cantina, ammenz’e mocassini;


‘nti ‘ddha buttigghia supr’o comodinu,

‘nt’o portajuri, propriu ‘nt’all’enthrata,

sugnu ‘mmucciatu, sempri cchiù vicinu,

non ti schiantari, non far’a ‘’bbandunata!


Restu ‘nt’all’aria, fin’a quandu mori,

po’ ndi ‘mbrazzamu e ndi vulam’anitìti,

giuru Carmela, ‘mbrazzati cor’ a’ cori,

vulamu iati, supr’e ciaramiti;


non sacciu si ‘rrivamu, undi ‘’rrivamu,

ma l’importanti esti chi ti vìu,

cu’ mia ‘nt’all’aria, iucamu, ndi9 scialamu

e ndi ‘nchianamu ‘ddha, vicin’a Diu!!!!


TRADUZIONE

QUANDO ME NE VADO


Lo so, mi sono accorto ch’è un guaio

Ma, che si fa, non c’è salvazione,

è brutto, è vero, ma quando me ne vado

fai finta ch’è soltanto… Confusione;


che sono ancora in giro, a mezz’altezza,

e che, con la coda dell’occhio vi controllo,

che volo sulle teste, che bellezza,

e sempre in mezzo a voi, che non mi scollo:


non ti lasciai mai e non ti lascio,

son sempre qua, attaccato su di te,

Carmela, guarda, guarda, sono a un passo,

del mio profumo nell’aria c’è la scia;


se guardi bene, ancora sono la,

nel portapenne sulla scrivania,

nel frigo, in quel mezzo baccalà,

oppure in una vecchia poesia;


nella bottiglia sopra il comodino,

nel portafiori, proprio nell’entrata,

sono nascosto, sempre più vicino,

non ti spaventare, non far l’abbandonata;


nel mobile dello ‘’studio’’ coi taralli

e nel divano, abbracciato coi cuscini,

nel corridoio, coi fiori ‘’gialli gialli’’

e in cantina, in mezzo ai mocassini…


…Resto nell’aria, fino a quando muori,

poi ci abbracciamo e ce ne voliamo insieme,

giuro Carmela, abbracciati cuore a cuore,

voaliamo alti, sulle ciaramiti; (tegole delle case)


non so se arriviamo, dove arriviamo,

ma l’importante è che io ti vedo,

con me nell’aria giochiamo, ci scialiamo

e ce ne saliamo là, vicino a Dio!!!!!


3° POSTO ARTURO BORCIANI (Scandiano RE)

(Prumèsi)


Mòchel. Lusgòun a j a oc e un fasulètt in man,

tèmid, as sòm mèss in fila come tant indian;

grumbialèin nigher, nàster blò ind a gulètt,

cartèla, lapis, quadernèin a rìghi e quadrètt,


al prèm dè la scòla cme pulsèin sèinsa ciosa

mè quand a t’ò vèst j ò sintù come ‘na scosa;

èt gh ‘aviv dù ucin celestrèin, culour dal mer

e te dgiva: quand a srò grand èt voj spuser.


Sidu avsèin ind al stèss banch, arèint al mur

Biasèven I noster pcòun ‘d pan nigher a dur,

Curìven come du caveriulèin countra al vènt

Per man, con al bòchi sfisurèdi sèinsa dèint;


despèss insèm come lighèe, in ogni ucasiòun,

l’era nasu un vèrs l’ètra quesi n’adorasiòun,

a la festa t’èt vistìv ed blò, scherpi ed vernisa

mè aò solti bregh psèdi ind al cul e la camisa.


Ogni tanta èt regalèva dòu caramèli, o un fiòur,

tè a mè un quercin, un figurèin d’un zugadòur,

alòura as brasèven strèch strèch e sòul n’armor

al rumpiva I silèinsi: al bater dòrt di noster cor,


po’ sibèn i giuramèint e al prumèsi, as sòm per

e ‘na matèina scadaun l’è partìi pr’ un sit divers,

acsè, seinsa nisòna spiegasiòun l’è stèe al destin,

a guaster chi nòster insòni fat quand eren putìn.


Con i poch stòdi fat, mè chè a arversèr dla tèra,

tè duturèsa pr’ al mònd, a cumbater fam e fuèra,

mò melaria e restrisiòun in ch’al tò ander luntan

a t’an rubèe la veta… t ìv gnan cumpìi trèint’an;


t’arcòrdet? t’adgìva: un dè te srèe la mé sposa,

quand sfujèva al fiòur ch’at piasìva tant, la rosa

e incòo a n’ò pugèe òna so ch’al melmer bianch

con un bilietèn: ‘’al tò prèm cumpagn ed bànch’’.


PROMESSE


Moccio, lacrimoni agli occhi e un fazzoletto in mano, / timidi, ci siam messi in fila come tanti indiani; / grembiulino nero, nastro blu nel colletto, / cartella, lapis, quadernini a righe e a quadretti / il primo giorno di scuola come pulcini senza chioccia, io quando ti ho vista ho sentito in me come una scossa; / avevi due occhietti celesti, color del mare / e ti dicevo: quando sarò grande ti voglio sposare. / Seduti nello stanco, vicino al muro /sbocconcellavamo il nostro pane e duro, / correvamo come due caprioli contro il vento / per mano, con le bocche sfessurate senza denti; / spesso insieme come legati, in ogni occasioni, / era nata l’un verso l’altra quasi un adorazione, nei giorni festivi tu vestivi di blu, scarpe di vernice, / io con le solite braghette rattoppate nel culo e una camicia.
Ogni tanto ti regalavo due caramelle, o un fiore, / tu a me un coperchietto, una figurina di un calciatore, / allora ci abbracciavamo stretti stretti e solo un rumore /riempiva i silenzi: il battito dei nostri cuori, poi sebbene i giuramenti e le promesse ci siam persi / e una mattina ognuno è partito per un luogo diverso, / così, senza nessuna spiegazione, è stato il destino / a guastare quei nostri sogni fatti quando eravamo bambini. Con i pochi studi fatti io qui a rovesciare zolle di terra, / tu dottoressa per il mondo a combattere fame e guerra, / ma malaria e restrizioni in quel tuo andare lontano / ti hanno rubato la vita… non avevi compiuto trent’anni, / ricordi?... ti dicevo un giorno sarai la mia sposa, / quando sfogliavo il fiore che ti piaceva tanto,la rosa / … oggi ne ho posata una su quel marmo bianco / con un bigliettino: il tuo primo compagno di banco''.