martedì 29 luglio 2014

N. PARDINI: LETTURA DI "AMORE CHE...", DI FULVIA MARCONI





Fulvia Marconi: Amore che d’amor si nutre e sazia
Di Felice Edizioni. Martinsicuro (TE). 2014. Pagg. 104

L’ambiente si fa tutt’uno con lo stato d’animo di Fulvia Marconi


Ed ora… senza foglie resta il ramo,
la brezza non sospinge la mia vela,
guardando questo viso nello specchio
giovane è il cuore mentre… il corpo è vecchio.

Iniziare da questi versi significa cogliere a pieno la plurivocità della poesia di Fulvia Marconi, le molteplicità ispirative del suo canto che fanno della vita un patrimonio a cui attingere per innervare i versi di substantia e focus di polisemica significanza. Sì, un canto che nasce dall’amore, dal dolore, da quella malinconia congenita nell’animo umano, e che costituisce il leitmotiv del “Poema”, garantendone compattezza e organicità. La poetessa è cosciente della precarietà del vivere, dei limiti della nostra vicenda umana; e di quanto precario sia, anche, il sentimento di felicità che i poeti rappresentano abitualmente con immagini di resti autunnali, di nubi disciolte dal vento, di rivi strozzati, o foglie accartocciate. E sa che i sogni stessi si disperdono sopra i prati come il languore di una rosa ormai sbocciata:
L’abbandono alla vertigine leziosa,
nel languore d’una rosa ormai sbocciata
in lusinghe di sospiri casti e arditi
nel disperdere di sogni sopra i prati (Una corsa a piedi nudi incontro al tempo).


                     

       Ma c’è l’amore a vincere con tutta la sua forza emotiva e passionale; un amore che coinvolge a pieno l’animo della Nostra fino a rapirla, fino a farle dimenticare le sottrazioni del vivere in un vortice che dall’umano si eleva a punte di d’incosciente ebrietudine:
Respiri di topazi sopra il corpo,
sentore di mirtilli e bacche rosse
e gli occhi belli, complici e ruffiani,
non d’arroganza il magico potere (Amore che d’amor si nutre e sazia).

È proprio in questa poesia eponima che:

L’audacia della vita si dispiega,
correre il tempo fieri dell’andare
su zattere trainate dall’amore,
vestiti degli albori di un tramonto (Amore che d’amor si nutre e sazia). 

E con similitudini azzardate, con iperboli allusive, con metafore esplosive, e con rime modernamente usate la poetessa riesce a dare corpo a questo sperdimento etimo-erotico:

Mi sento foglia e tu tappeto erboso,
mi sento gelo e tu… guanto di lana,
con la ragione sveglia, il cuore dorme,
ma quando canta il cuor la mente impazza.

Amore che d’amor si nutre e sazia” (ibidem),

servendosi di una natura viva e colorita, armoniosa e disponibile per concretizzare questi stati emotivi trasmessi con intensificazioni verbali, e assemblaggi lessicali:  mirtilli, bacche rosse, foglia, tappeto erboso, e ciocco che arde o legna resinosa. Ha bisogno di dare corpo ai suoi impulsi vitali la Marconi, sente viva la necessità di visualizzarli in ambiti naturali di grande efficacia creativa. Un’opera che ha il sapore di effluvi di foglie di lavanda, di campanelle ai bordi delle strade, di meriggi assolati, e di sere che tanto sanno del finire del giorno, del consumarsi inderogabile della vita. Ma c’è il sogno e il sogno fa parte del nostro esserci. Ed è in esso che ci abbandoniamo in cerca di una verità che è improbabile agguantare.


             

Costituisce pur sempre un’alcova in cui rifugiarci per sopperire alle nostre sottrazioni,  dato che:

Veglia quel cielo stanco,
il colle mesto e il poggio
dove illusione è vita
dove la vita… illude (Dove la vita illude).

L’ambiente si fa tutt'uno con lo stato d’animo di Fulvia: il colle si fa mesto, il cielo stanco. E a dare una particolare sonorità al significante metrico del verso interviene quel chiasmo fra “illusione… vita” e “vita… illude”. Accorgimenti metrico-semantici che denotano una maturità poetica ed una generosità esplorativo-psicologica di rilievo. Se, poi, consideriamo che la silloge si sviluppa su un andatura di armoniche armonie dettate da versi  ben costruiti in tutte le loro varianti, possiamo ancor di più avere un’idea chiara delle capacità poetiche della Nostra. E ancor di più se le commisuriamo con una certa poesia contemporanea che si avventura in sperimentalismi metrico-verbali tesi a distruggere lirismo e musicalità, vere funzioni di una tradizione letteraria di memoria italiana.
       L’opera si distende su uno spartito di cinque sezioni, per niente disunite le une dalle altre per un dettato poetico giocato su tematiche di ampio respiro: dal politico-sociale, dove spicca una commovente poesia dedicata ad una famiglia distrutta dall’ira nazista:

E più non sorride nella valle,
il fiume scorre e mormora domande,
soltanto dieci croci senza effigi
in quella casa estinta fra i ciliegi (La casa tra i ciliegi);

all’analisi interiore:

Ma sento ancor l’odore delle rose
e vedo, ognor, dei glicini fioriti,
continuo coraggiosa la mia strada
stringendo in mano briciole di vita (Briciole di vita);

dal memoriale:

S’addobba ancor di nebbia la mia valle
e sempre è schiva la spinosa siepe,
vado gustando l’aria, avidamente,
per ritornare ancora un po’ fanciulla.

Dolci ricordi dell’età più bella
una castagna, e di delizie… un ciocco! (Profumo di castagne cotte al ciocco);

alla sacralità delle feste:

Gesù, che la stella conduce alla paglia
tra braccia amorose di grazia profuse,
sorride dal trono, qual re dell’Amore,
scegliendo per culla la paglia e la neve (Rinasce il roseto);

dai canti per la nostra bella Italia:

Stringiamoci le mani tutti a schiera,
salviamo quest’Italia con l’ardore
di quei soldati che, con aria altera,
son morti per la patria e pel suo amore (Avere dentro il cuore una bandiera);

alla natura che occupa un posto preminente nell’opera con il suo carico di simboli allusivi:

L’esistenza è quell’attimo solo
che imprigiona la vita a promesse
piedi scalzi e speranze a calcare
… quel sentiero odoroso di mare (Un sentiero odoroso di mare).


                     

E il tutto si snocciola su una versificazione varia e articolata per supportare le motivazioni di forte intimità: endecasillabi, settenari, decasillabi, novenari (dove il succedersi di tripli trisillabi invita l’anima ad una rattenuta meditativa), e un sonetto, in cui, se ce ne fosse ancora bisogno, la Marconi dimostra il suo attaccamento ad una tradizione di grandi nomi di cui è impreziosita la nostra letteratura, oltre alle sue notevoli abilità metriche. 
       Dunque l’amore, il dolore, l’esistere, il sogno, la speranza, e la natura; sì, tanta natura. Direi che questo forte sentimento panico, vivo e vitale nella Nostra, unito ad uno spiccato senso civico, e ad una scia di tragiche o liete memorie, fa da trait d’union al corpo della plaquette. Ma va detto anche che a vincere sulla malinconia, alla fin fine, c’è un palese senso di rinascita, un grande senso della sacralità della vita; perché è ad essa che Fulvia è avvinta, ed è ad essa che è legata con tutta se stessa, compensando, anche, certi momenti di inquietudine terrena con slanci di religiosa meditazione:

Sorride stanco il corpo  abbandonato,
in quella notte di magia ricolma
ed un calore nuovo lo pervade,
il senso di una casa e il Paradiso (Il miracolo del Presepe).           

E aggiungere che si leggono, soprattutto in questa  ultima sezione, sfumature di un sottile spirito di decadentismo pascoliano sul mistero cosmico che cade sugli uomini, non è certo sminuirne il valore, anzi  significa potenziarne quell’afflato di vena poetica, e di vicinanza al succedersi di una tradizione letteraria che le fa grande onore.

                                   Nazario Pardini 
05/04/2014


http://nazariopardini.blogspot.it/2014/04/n-pardini-lettura-di-amore-che-di.html

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