mercoledì 15 ottobre 2014

LE POESIE VINCITRICI DELLA V° EDIZIONE DEL PREMIO POETICO INT.LE ''LAUDATO SI' O MI' SIGNORE''


POESIE VINCENTI LA V° EDIZIONE DEL PREMIO POETICO INT.LE ‘’LAUDATO SI’ O MI’ SIGNORE’’

1° POSTO SEZIONE A (POESIA A TEMA LIBERO)

IL LAMENTO DELL’OLIVO SECOLARE TRAPIANTATO

(di Paolo Pizzolongo Portici –NA)


Un altro cielo, una diversa terra

per queste tristi foglie, i monchi rami

ed il vetusto secolare tronco!

Per quanto tempo io qui sopravvivrò?

A chi delle mie parti ha fatto scempio,

mettendo bene in mostra, per vanità,

questa possente mia longevità

donar dovrei la vita mia residua?

Una diversa linfa nelle vene,

scorrendo pigra nel tormentato tronco,

rafforza i sogni miei, la nostalgia

del viver mio nella lontana landa

che aveva cielo e mare per orizzonte!

Radici monche, sofferenti, cieche,

che la mia terra pristina rinserra,

vestigi ed orme son della mia vita!

Da tenero virgulto assai lottai

tra angusti spazi nella pietrosa landa

finché la terra mi divenne amica;

e sopravvissi ai venti, alle tempeste,

ai forti geli, al caldo ed all’arsura;

aggiunsi cerchie di novello legno

al duro cuore e così resi forte,

possente il tronco ed ampia la mia chioma!

Col fico a me vicino io discorrevo;

al tordo offrivo olive mie mature,

e al contadino ogni anno un buon raccolto.

Nel cielo terso, limpido, sereno,

io contemplavo a lungo il firmamento,

la luna che saliva e che calava,

tramonti accesi, spettacolari aurore;

e nell’attesa della primavera

mettevo in boccio i fiori ed alla chioma

offrivo nuove cenerine foglie

e palme sacre per augurar la pace!

Mi rallegravo al suon delle campane

che a festa dondolavano a distesa!

Io qui son sempre avvolto dalla nebbia;

in quest’angusto ed appartato spazio

il cielo è solo un piccolo quadrato;

qui non arriva suono di campane

né cinguettio d’uccelli, né viene il tordo

ad assaggiar le olive mie mature!

Io qui mi sento come un manichino

vestito fuori ma dentro senza vita!

Perché la vita mia io la lasciai

nella lontana ed assolata landa!

Con lei nel cuore mi troverà la morte!


2° POSTO ‘’LA TUA VOCE SA D’AURORA’’

(di Maria Rosaria Perilli Firenze)


Quell’angolo, affollato ma discreto

profumato di luci, tante voci.

La tua – lei sa d’aurora –

sfiora le ore veloci

del nostro andar segreto,

quieto, alla sera che leggera affiora.


Bocche e baci: Tu taci: Si colora

bianca la bruma sul fiume, nasconde,

complice ed accogliente,

le mani avvinte, le onde

del corpo mio che infiora

il tuo. Giglio vermiglio. Rosa ardente.


Ecco, la notte batte già impaziente,

stretti ci coglie alle soglie del gelo.

Un velo dai lampioni

passa a imbiondire il cielo,

il verso adolescente

che fremente al ricordo, qui mi doni.


Vai, ma lo sai che mai tu m’abbandoni.

Suoni, ancora d’aurora, ad ogni istante,

all’angolo discreto

alla bruma tremante

alle labbra a cui poni

un sapore d’amore. E di segreto.


3° POSTO ‘’ INTENSE PRIMAVERE’’

(di Elisabetta Freddi Senigallia-AN)



Ad una ad una spoglio le stagioni

con sguardo adulto ancora cristallino,

nel cuore sento tenere emozioni

mute parole fanno capolino.


Poesie fiorite dentro il mio giardino

alla luce di un sole ammaliatore,

profumate carezze mai declino

superbo dono denso di colore.


Ho riscaldato inverni con ardore

un fuoco sacro gioia della vita,

ho raffreddato estati con amore

fedele ad una strada mai smarrita.


Intreccio la mia favola infinita

con fili bianchi e intense primavere,

preludio di un autunno che m’invita

a rifiutare facili chimere.


Ghiotta di luce nelle buie sere

cerco le stelle: abili evasioni,

la fantasia non pone mai barriere

all’alba sono un volo di aquiloni.


SEZIONE B (POESIA A TEMA RELIGIOSO)


1° POSTO BRUNO FIORENTINI (Bracciano – RM)


(A Maria)


Vergine, dall’Empireo celeste

ove regni beata accanto al Figlio,

volgi lo sguardo a queste plaghe infeste

dove dal fango è germinato un giglio:

giglio d’inesprimibile candore

per un progetto del Divino Autore.


Qui fosti donna, fosti madre e sposa;

hai conosciuto il pianto ed il dolore,

lo strazio di chi aspetta… e non sa cosa

scorrendo trepidante i giorni e l’ore.

Chi, uomo, vive qui la sua passione

sa che tu sai la nostra condizione.


Tu che desti la carne a un figlio-dio

e accettasti lo strazio del Calvario,

non ci lasciare adesso nell’oblio:

la carne è molle, infido l’avversario!

Tu che ti dichiarasti umile ancella,

conforta chi nel male a te s’appella.

Dovunque è fame e sangue; ove il dolore,

ove l’odio dilania ogni speranza,

sovvieni tu: la forza del tuo amore

porta la pace, porta fratellanza.

Per me, t’impetro, accogli una preghiera:

è buio… è tardi… Ormai s’è fatta sera.


Quando verrà l’occaso del mio giorno

tu sarai lì – non l’ho sperato invano! –

come stessi aspettando il mio ritorno.

Mi prenderai, materna, per la mano

per dire al Figlio che ti sa ascoltare

che, se molto ho sbagliato, è umano errare.


E l’ora più triste della dipartita

sarà l’ora più bella della vita.


2° POSTO ANNA BONNANZIO (Aprila –LT)

(Rondò di Natale)

Non mi sorride il volto della luna

in questa notte povera di stelle.

Spengo le mie paure ad una ad una

decisa come un’anima ribelle:


sfidando neve e pioggia a catinelle,

nel sogno cerco la capanna santa

e una nenia di mille ciaramelle

è la guida nel giorno che… m’incanta!


Una mamma la ninna nanna canta

davanti ad un lettino d’ospedale

e con fede infinita prega, affranta,

contemplando la culla celestiale.


In un barbone un guizzo emozionale:

pranzare nel tepore d’una chiesa

è il magico regalo di Natale.

Oggi il suo cuore palpita d’attesa.


I miei monti risuonano a distesa

e raggelanti avanzano i pastori

per ritrovare vita, amore e intesa

tra lumi, incenso e canti di colori.


Mi sveglio al lieve tocco degli albori,

non è finito tutto, che fortuna!

Adorerò Gesù tra gli splendori.

M’infiammo d’umiltà… come nessuna.


3° POSTO PAOLO BUTTI (Figline Valdarno FI)

‘’La Verna’’


La via che in silenzio affida al Santuario è segno,

annuncio d’un luogo inconsueto,

che si apre discreto allo sguardo appena al di là dal cancello.


La Verna

a poco a poco apre le braccia con sobria armonia.


I muri diventano massi sporgenti dal suolo,

il verde incornicia, incastona,

fiorisce leggero sui tetti, fra i ciottoli lungo il selciato.


Il tempo e l’eterno vi posano insieme,

lambiscono il cuore.


Con occhi dischiusi al sorriso vi passa l’umana famiglia,

perfino da terre d’un altro colore, d’un sole diverso, lontane.


In mezzo, i custodi rimangono in veglia,

fratelli fra tanti fratelli;

ai sai increspati dal vento dan gli anni diverse corone.


Raccontan le storie ove palpita il sacro l’umana salvezza,

figure del grande prodigio che gli anni rinnovano

e fino al cadere dell’ultimo giorno;


risplendono sugli zaffiri maioliche bianche

e parlan d’amore,

risplende Maria, risplendono il Cristo e Francesco…

e parlan d’amore.


Un’aria di pace discende nel cuore, vi cerca dimora.


Il sasso riaffiora, sparisce, ritorna ogni istante dinanzi,

è filo tenace,

è stella cometa che brilla alla fine più pura, più cruda,

è specchio severo che scuote,

misura per l’anima ingombra di ricchi amuleti,

stordita da mille sirene.


E forte si leva la voce che invita a scavare, a far mondo,

parola che cerca il silenzio, anela al deserto

ché libera possa echeggiare…


Sta presso la Croce Francesco,

profonde ne porta le piaghe, la gloria, il sigillo;

invoca perdono per ogni fratello,

lo invoca per ogni sorella e porge invisibile mano;

insieme, in unione con lui la porgono dolce i suoi figli

e danno conforto e danno speranza… e danno perdono.


Salire alla Verna è salire un gradino,

è trovar refrigerio… è accostarsi all’altare.


SEZIONE C POESIA DIALETTALE


1° CLASSIFICATO LUCIANO GENTILETTI (Rocca Priora –ROMA)


(Er destino)



Poteva nasce indo’ nun c’è la fame…

indove l’acqua viè dar rubbinetto…

invece cià du’ frasche come tetto

e già fatica pe ‘sto monno infame.


Poteva inzognà er principe o la fata

e poi, da granne, fasse ‘na famija,

invece è già sposata… pora fija:

cià dodicianni… un vecchio l’ha comprata.


Poteva avé li giochi attorno ar letto…

e ‘na carezza pe la bonanotte…

invece solo strilli poi… la notte:

pe lei nun ce sta amore né rispetto.


Nun se ribella ar dramma de ‘sto patto,

lei ce lo sa che c’è ‘sta tradizzione:

si nasci donna è ‘na maledizzione,

sei sortanto ‘na merce pe ‘n baratto!


Traduzione

Poteva nascere dove non si patisce la fame…/ dove l’acqua viene da un rubinetto…/invece ha solo rami come tetto / e già lavora per questo mondo ignobile./

Poteva sognare un principe o una fata / e poi da grande avere una famiglia / invece è già sposata… povera figlia: / ha dodici anni… un vecchio l’ha comprata./

Poteva avere dei giocattoli intorno al letto… / e una carezza per la buonanotte…/ invece solo rimproveri poi… di notte: / per lei non esiste l’amore né il rispetto./ Non si ribella al dramma di questo scambio, / lei lo sa che esiste questa tradizione:/ se nasci donna è una maledizione, / sei solamente la merce per fare un baratto./


2° POSTO PAOLO LACAVA (Fabriano –AN)

(Quandu mi ndi valu… - dialetto di Reggio Calabria)


‘U sacciu, mi nd’accorgiu ch’est’ un guaiu,

ma, ch’am’a ffari, non c’è sarbazzioni,

è bruttu, è veru, ma quando mi ndi vaiu

fa’ finta ch’esti sulu… Cunfusioni;


chi sugnu ancor’an giru, ammenz’altezza,

e chi, c’a cur’ell’occhiu vi conthrollu,

chi volu supr’e testi, chi bellezza

e sempr’ammenz’a vui, ‘chi non mi scollu!


Non ti rassài mai, e non ti rassu,

su’ sempri ccà ‘mbiddhatu, supr’a tia,

Carmela, varda, varda, sugn’on passu,

r’u me’ profumu ‘nt’all’aria rest’a’ scia;


si vardi bonu, ancora sugnu ddhà,

‘nt’o portapinni, supr’a’ scrivania,

‘nt’o frigu, ‘nti ddhu menzu baccalà,

opuru ‘nti ‘na vecchia poisìa


nt’o mobili r’u ‘’studiu’’, ch’i taralli

e ‘nt’o divanu, ‘mbrazzatu ch’i cuscini,

‘nt’o corridoiu, ch’i juri ‘’gialli gialli’’

E ‘nta cantina, ammenz’e mocassini;


‘nti ‘ddha buttigghia supr’o comodinu,

‘nt’o portajuri, propriu ‘nt’all’enthrata,

sugnu ‘mmucciatu, sempri cchiù vicinu,

non ti schiantari, non far’a ‘’bbandunata!


Restu ‘nt’all’aria, fin’a quandu mori,

po’ ndi ‘mbrazzamu e ndi vulam’anitìti,

giuru Carmela, ‘mbrazzati cor’ a’ cori,

vulamu iati, supr’e ciaramiti;


non sacciu si ‘rrivamu, undi ‘’rrivamu,

ma l’importanti esti chi ti vìu,

cu’ mia ‘nt’all’aria, iucamu, ndi9 scialamu

e ndi ‘nchianamu ‘ddha, vicin’a Diu!!!!


TRADUZIONE

QUANDO ME NE VADO


Lo so, mi sono accorto ch’è un guaio

Ma, che si fa, non c’è salvazione,

è brutto, è vero, ma quando me ne vado

fai finta ch’è soltanto… Confusione;


che sono ancora in giro, a mezz’altezza,

e che, con la coda dell’occhio vi controllo,

che volo sulle teste, che bellezza,

e sempre in mezzo a voi, che non mi scollo:


non ti lasciai mai e non ti lascio,

son sempre qua, attaccato su di te,

Carmela, guarda, guarda, sono a un passo,

del mio profumo nell’aria c’è la scia;


se guardi bene, ancora sono la,

nel portapenne sulla scrivania,

nel frigo, in quel mezzo baccalà,

oppure in una vecchia poesia;


nella bottiglia sopra il comodino,

nel portafiori, proprio nell’entrata,

sono nascosto, sempre più vicino,

non ti spaventare, non far l’abbandonata;


nel mobile dello ‘’studio’’ coi taralli

e nel divano, abbracciato coi cuscini,

nel corridoio, coi fiori ‘’gialli gialli’’

e in cantina, in mezzo ai mocassini…


…Resto nell’aria, fino a quando muori,

poi ci abbracciamo e ce ne voliamo insieme,

giuro Carmela, abbracciati cuore a cuore,

voaliamo alti, sulle ciaramiti; (tegole delle case)


non so se arriviamo, dove arriviamo,

ma l’importante è che io ti vedo,

con me nell’aria giochiamo, ci scialiamo

e ce ne saliamo là, vicino a Dio!!!!!


3° POSTO ARTURO BORCIANI (Scandiano RE)

(Prumèsi)


Mòchel. Lusgòun a j a oc e un fasulètt in man,

tèmid, as sòm mèss in fila come tant indian;

grumbialèin nigher, nàster blò ind a gulètt,

cartèla, lapis, quadernèin a rìghi e quadrètt,


al prèm dè la scòla cme pulsèin sèinsa ciosa

mè quand a t’ò vèst j ò sintù come ‘na scosa;

èt gh ‘aviv dù ucin celestrèin, culour dal mer

e te dgiva: quand a srò grand èt voj spuser.


Sidu avsèin ind al stèss banch, arèint al mur

Biasèven I noster pcòun ‘d pan nigher a dur,

Curìven come du caveriulèin countra al vènt

Per man, con al bòchi sfisurèdi sèinsa dèint;


despèss insèm come lighèe, in ogni ucasiòun,

l’era nasu un vèrs l’ètra quesi n’adorasiòun,

a la festa t’èt vistìv ed blò, scherpi ed vernisa

mè aò solti bregh psèdi ind al cul e la camisa.


Ogni tanta èt regalèva dòu caramèli, o un fiòur,

tè a mè un quercin, un figurèin d’un zugadòur,

alòura as brasèven strèch strèch e sòul n’armor

al rumpiva I silèinsi: al bater dòrt di noster cor,


po’ sibèn i giuramèint e al prumèsi, as sòm per

e ‘na matèina scadaun l’è partìi pr’ un sit divers,

acsè, seinsa nisòna spiegasiòun l’è stèe al destin,

a guaster chi nòster insòni fat quand eren putìn.


Con i poch stòdi fat, mè chè a arversèr dla tèra,

tè duturèsa pr’ al mònd, a cumbater fam e fuèra,

mò melaria e restrisiòun in ch’al tò ander luntan

a t’an rubèe la veta… t ìv gnan cumpìi trèint’an;


t’arcòrdet? t’adgìva: un dè te srèe la mé sposa,

quand sfujèva al fiòur ch’at piasìva tant, la rosa

e incòo a n’ò pugèe òna so ch’al melmer bianch

con un bilietèn: ‘’al tò prèm cumpagn ed bànch’’.


PROMESSE


Moccio, lacrimoni agli occhi e un fazzoletto in mano, / timidi, ci siam messi in fila come tanti indiani; / grembiulino nero, nastro blu nel colletto, / cartella, lapis, quadernini a righe e a quadretti / il primo giorno di scuola come pulcini senza chioccia, io quando ti ho vista ho sentito in me come una scossa; / avevi due occhietti celesti, color del mare / e ti dicevo: quando sarò grande ti voglio sposare. / Seduti nello stanco, vicino al muro /sbocconcellavamo il nostro pane e duro, / correvamo come due caprioli contro il vento / per mano, con le bocche sfessurate senza denti; / spesso insieme come legati, in ogni occasioni, / era nata l’un verso l’altra quasi un adorazione, nei giorni festivi tu vestivi di blu, scarpe di vernice, / io con le solite braghette rattoppate nel culo e una camicia.
Ogni tanto ti regalavo due caramelle, o un fiore, / tu a me un coperchietto, una figurina di un calciatore, / allora ci abbracciavamo stretti stretti e solo un rumore /riempiva i silenzi: il battito dei nostri cuori, poi sebbene i giuramenti e le promesse ci siam persi / e una mattina ognuno è partito per un luogo diverso, / così, senza nessuna spiegazione, è stato il destino / a guastare quei nostri sogni fatti quando eravamo bambini. Con i pochi studi fatti io qui a rovesciare zolle di terra, / tu dottoressa per il mondo a combattere fame e guerra, / ma malaria e restrizioni in quel tuo andare lontano / ti hanno rubato la vita… non avevi compiuto trent’anni, / ricordi?... ti dicevo un giorno sarai la mia sposa, / quando sfogliavo il fiore che ti piaceva tanto,la rosa / … oggi ne ho posata una su quel marmo bianco / con un bigliettino: il tuo primo compagno di banco''.

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