sabato 31 ottobre 2015

UNA POESIA PER FALCONARA



UNA POESIA PER FALCONARA
(Poesia dedicata a Falconara Marittima.AN e al Premio Poetico Int.le ''Laudato sie, mi' Signore'')

 

Tra il verde della valle, mille case,

supina dorme la città tranquilla;

tetti d’ardesia, strade ben tenute,

qua e là qualche bottega d’artigiano.

Più su in collina, una chiesetta svetta

mentre giulivo ride il campanile,

al mare, alacre, tribola il cantiere,

l’ultima nave è pronta per salpare.

Eccola lì la bella Falconara,

sorge senza pretese nella valle,

tra il fumo grigio d’una ciminiera

e gli alti pioppi giù in periferia.

Gente operosa sono gli abitanti

e le massaie brave alla cucina,

ogn’uomo, ligio svolge il suo lavoro

mentre i bambini corrono alla scuola.

Ci sono andato a ottobre per un premio

di poesia e di letteratura

e ho trovato tanta gente gaia,

un’ospitalità degna di un re.

Un’organizzazione da encomiare

con la sapiente Fulvia al suo timone,

proprio un evento da incorniciare

tanta la perfezione in ogni cosa.

Con tanti amici, ivi intervenuti,

dopo la premiazione e i tanti premi,

abbiam tirato notte al Tenda Verde

l’hotel che ci ha ospitati e riveriti,

poi fatta notte un brindisi d’addio

ci ha visto tristi andarcene a dormire,

cin, cin ci siamo detti, allora a presto,

magari un altro anno ancora qui

a ritrovar la gioia come adesso

di stare insieme tra sonetti e rime

e ridere e cantare alla beltà.

Mentre partiva il treno, alla stazione,

commosso ho visto un mondo che spariva

mentre silente, verso il cielo chiaro

sboccava il fumo d’una ciminiera.

Ciao, paese buono e ospitale

se caso mai verrò premiato ancora,

la prossima edizione d’un altr’anno

felice, stai pur certo, tornerò.

 
Enrico Del Gaudio (Castellammare di Stabia)

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giovedì 15 ottobre 2015

POESIE VINCITRICI LA VI° EDIZONE DEL PREMIO POETICO INT.LE ''LAUDATO SIE, MI' SIGNORE''

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POESIE VINCITRICI LA VI° EDIZIONE DEL PREMIO POETICO INT.LE ‘’LAUDATO SIE, MI’ SIGNORE’’


POESIA PRIMA CLASSIFICATA SEZIONE A ‘’BRIVIDI D’AMORE’’

(Marinella Paoletti Coli del Tronto AP))


I mandorli e ciliegi appena in fiore

che all’alba insieme fanno capolino

ci scorgono abbracciati da vicino

a trafugare brividi d’amore.


Scandisce il cielo le sue prime ore

un fumo lento s’alza dal camino,

nel sole sorto come un lumicino

i mandorli e ciliegi appena in fiore.


Il pettirosso becca il suo semino

scrollandolo su viole bicolore

che all’alba insieme fanno capolino.


Vola posando brina un cherubino

nell’attimo in cui gli occhi delle more

ci scorgono abbracciati da vicino.


                        …E s’apre il ciclamino!

Tra i raggi densi e colmi di calore

a trafugare brividi d’amore.


MOTIVAZIONE


Nelle prime ore dell’alba, nella luce rosa del sole che sorge, tra i profumi dei ciliegi appena in fiore, il cinguettio del pettirosso che becca il suo semino e le viole che fanno capolino, si consuma l’estatico sogno degli amanti. La composizione è un sonetto caudato-glosa, e a un antico formato, quale è la glosa, unisce l’altrettanto antico formato del sonetto, e ciò rappresenta una novità, perché da tale abbinamento scaturisce una struttura metrica che non si trova nella storia letteraria. Inoltre, se si considera che sia il sonetto che la glosa non sono di facile realizzazione, la poetessa ha affrontato e risolto felicemente una doppia difficoltà, attuando un’opera perfetta per quanto riguarda l’aspetto stilistico-formale. Se si guarda, infine, ala profonda ispirazione e all’erotismo molto raffinato, intenso nel contempo nobilmente velato della poesia, possiamo concludere che siamo in presenza di un’autrice che al grande spessore stilistico accompagna una considerevole valenza letteraria e artistica.


2° posto sezione A ‘’L’EQUILIBRIO DELLE RONDINI’’

(Roberto Ragazzi Trecenta – Rovigo)


Stanno in equilibrio sopra i fili

le rondini senza fretta di volare

e come punti sospesi nei dettati

aspettano il momento per partire.

Placido arrivo col mio passo

da vecchio contadino e guardo il cielo,

il nuvolone che fa pigro capolino

tra i rami semivuoti del pioppeto.

Cammino dondolando sul sentiero

e gioco come i bimbi con i sassi

la fronte corrugata, gli occhi bassi,

e il sacco dei pensieri sul groppone.

Sono volati i tempi di una volta

dove non si finiva impolverati

se nei tratturi secchi scorrazzavano

i cavalli veri e non motorizzati.

Quante storie poi finite in fretta

si adombrano nei ritagli dei pensieri,

le more sopra i rovi dentro i fossi

e gli incontri fuggitivi nei cantieri.

Aveva la candela un suo rituale

fatto di luce intramezzata dalle ombre,

dove la mano audace scivolava

sui glutei sodi e tondi delle donne.

Ma è come una ruota ogni stagione

che senza freno scende la sua china

e l’autunno, dopo l’aria assolata,

mi sospinge nei ricami della brina.

Cala dal monte l’aria infreddolita

e un brivido percuote la mia schiena,

un gemito di onda che schiaffeggia

la sagoma di una barca alla deriva.

Ma in fondo, siamo rondini sui fili,

in equilibrio e senza fretta di volare,

e come punti sospesi nei dettati

aspettiamo il momento di partire.


MOTIVAZIONE


Questa lirica, magari a scopo consolatorio, è il pretesto per l’Autore di ricercare se stesso nei propri ricordi.

La sobrietà espressiva rende maggiore vitalità alla memoria di ciò che fu.

Il rimpianto aleggia pudicamente senza particolare espansione, ma la concretezza del sentimento che ispira la poesia denuncia la sofferenza di un cuore poeta.

L’ultima quartina, ricca di note emotive riproduce fedelmente il pensiero del Nostro tramite parole accuratamente scelte e ricche di magiche suggestioni: ‘’Ma in fondo siamo rondini sui fili,/ in equilibrio e senza fretta di volare,/ e come punti sospesi nei dettati/ aspettiamo il momento di partire’’.

Trovo che, dopo tali versi, ogni altra parola sia superflua.


Terzo posto ‘’L’ULTIMA RISALITA’’ sezione A

(Maria Rosaria Perilli – Firenze)


Tu già nel prepararti eri felice:

scarponi, borsa verde militare,

piccole cose pronte da mangiare

che allegro consumavi tra pendice


del ‘’Cervati’’*, e una splendida cornice

fatta di boschi e flora peculiare:

Salita, tutto il giorno a camminare;

io a casa, da perfetta sognatrice,


quei passi accompagnavo con la mente:

Mille abbracci accoglievano il ritorno:

‘’Babbo! Quanti porcini oggi hai raccolto!’’


Anni dopo s’è spento il tuo bel volto.

C’erano arse candele e fiori intorno

e lacrime, a bruciare lentamente,


ma tua figlia, silente

come un tempo al salir t’accompagnava

dove un monte d’Eterno t’aspettava.


*Il Cervati è la cima più alta del Cilento


MOTIVAZIONE


Un dolce ricordo d’infanzia. La poetessa rivede il padre quando, con la sua borsa verde militare e scarponi ai piedi, andava felice su per i monti e s’inoltrava tra i boschi in cerca di funghi, mentre lei, a casa, accompagnava con la mente ogni suo movimento. E poi l’abbraccio affettuoso, a sera, nel momento del ritorno. Ma c’è anche l’altro ricordo, quello triste del funerale, con la figlia che, silente, accompagna il padre verso un’altra salita, quella dell’eternità. E’ una bellissima composizione, tecnicamente perfetta nella forma del sonetto caudato, con le quartine a rima incrociata e le terzine speculari, in cui parole, immagini, ritmo si fondono felicemente ad esprimere emozioni pervase da un sincero, accorato lirismo.


4° posto sezione A ‘’L’ULTIMA NINNA NANNA’’

(Enrico Del Gaudio – Castellammare di Stabia)


‘’Dormi fanciullo, lasciati cullare

Il nonno parte per un lungo viaggio,

riposa mio tesor, non ti crucciare,

l’ultima ninna nanna canterò


soltanto a te, mio piccolo bambino.

Ancora un poco e mi vedrai partire,

è meglio che mi sbrigo, oh mio piccino,

mi resta proprio un nulla e niente più.


Quando sarò lassù, mio pargoletto,

tra gli angioletti belli con il tuo bel viso,

ti guarderò con gli occhi di un nonnetto

lungo il cammino irto della vita.


All’erta ti farò da sentinella

Spostando buche e ostacoli al tuo passo

Lungo la strada della tua esistenza.

Vigilerò affinché tu non vacilli.


Ti lascio il mondo, piccoletto mio,

e le bellezze ch’esso ti concede:

il sole, il mare, gli alberi, la vita

di ogni creatura sulla terra;


Ti lascio il bene e il male d’ogni cosa

Perché tu possa scegliere, sereno,

quello che più t’aggrada e ti migliora.

Ma più di tutto, voglio farti un dono


Della più bella cosa del creato:

ti voglio regalare, figlio mio,

quello che Iddio più bello non poteva

creare per noi uomini quaggiù’’…


D’un tratto il nonno smette di parlare,

come un biancore, fissa dentro gli occhi

‘’Nonno che ti succede’’? Invoca il bimbo

‘’Parlami ancora… dimmi della vita,

quale di ogni cosa è la più bella?

Un rivolo di bava, ecco, l’appare

A un angolo di labbro al poveretto,

che già s’avvia all’ultimo respiro,


insieme ad una lacrima cocente

che s’una gota, piano scende giù.

‘’Nonno tu piangi?’’ e il nonno ‘’è il sudore’’

con l’ultimo respiro gli risponde,


‘’più d’ogni cosa…’’, singhiozzando, aggiunge,

‘’nulla l’è uguale alla parola Amore…’’

Straluna gli occhi, poi reclina il capo,

e il bimbo: ‘’nonno…nonno…non partire’’…


Il poveretto, ormai pronto a morire,

lascia le braccia giù, a penzoloni

e l’innocenza, fattosi fanciullo,

fa eco nella stanza, all’infinito:


‘’Ti prego non partire… nonno non partire… non partire… non partire…’’


5° POSTO CAREZZA D’INCANTO

(Anna Bonnanzio – Aprilia LT)


Ancora non è l’alba e l’aria frizza.

Sul limitare dell’antico ponte

una voce scrosciante mi cattura.

La luce dei lampioni accende i passi

sui sampietrini lucidi di brina.

M’affaccio alla spalletta, incuriosita:

Tevere scorre in tutto il suo vigore

e intrappola nei gorghi i miei pensieri.


Il naviglio di pietra mi distoglie…

Nel labirinto della sofferenza

ammirando gli addobbi di Natale

cerco speranze in pillole d’amore!


Immersa in un ventaglio di riflessi

al sole alto rivolgo una preghiera.

Nell’eco dei mulini del passato

la torre, la colonna, il campanile…

Il fiume è verde con dei ricci bianchi,

pennellato d’azzurro sotto gli archi

e rosseggiano i platani giganti,

sembrano sentinelle al suo passaggio.


Tra i quadri e le farfalle in bella mostra

m’avvio verso la strada del ritorno

col peso degli affanni più leggero

ed un brillio di-verso dentro gli occhi!


SEZIONE B POESIA A TEMA RELIGIOSO (AMORE PER GLI UOMINI, PER DIO E PER LA NATURA)


1° POSTO MADRE TERESA DI CALCUTTA

(Bruno Fiorentini Bracciano-RM)


Ci sono i santi. Oggi più che mai:

in mezzo a noi, mischiati tra la gente;

se avessi un dubbio, se non sei credente

guarda madre Teresa… E lo saprai.


Di questo a lei non importava niente;

diceva spesso: ‘’Il bene che tu fai

lascialo dietro a quello che farai!’’

Messaggio antico, a lei sempre presente.


Non faceva prodigi e cose strane

ma uno sì, che sempre si rinnova:

tanti, come Gesù, d’un pesce e un pane.


E un tetto a chi ha la strada come stanza,

l’amore a chi lo cerca e non lo trova,

un sorriso per tutti, una speranza.


MOTIVAZIONE


Il Poeta presenta ‘’Madre Teresa di Calcutta’’, sonetto in perfetti endecasillabi che tende a valorizzare l’ars poetica dell’Autore, alle prese con la figura del personaggio in questione.

Dai versi, carichi di fede, di immenso valore cristiano / cattolica, ricchi di nobiltà di espressione poetica e culturale, viene a trasparire un quadro di fresca cristianità che tende a infondere quella pace solenne comunicata dall’operato della beata di Calcutta. Versi talmente freschi che sanno di sapore spiritualizzante costruiti dal nostro poeta, fortemente e cristianamente documentato sull’operato di Madre Teresa, al secolo Anjeze Gonxth Bojaxhiu.

Naturalezza e spontaneità sono la caratteristica dei versi che esprimono la forza del pensiero che, con la voce del cuore e dell’anima, viene a cantare l’uomo. Il carme contiene un messaggio incorporato e rappresenta un corpus ricco per il tema trattato. Nel presente brano stiamo ad apprezzare l’artista della parola, della parola/immagine in cui veniamo a percepire un animo intensamente cultore della poesia. In esso traspare la grandiosità del ‘’vero’’ nella ‘’parola’’, assolutamente smaterializzata; esso ha le caratteristiche del pensiero e della forza evocativa. La Sua poesia è caratterizzata da due similitudini, mai in contrasto fra di loro, ma che si incontrano in itinere per verificarsi e arricchirsi vicendevolmente: conoscere per conoscersi e conoscersi per conoscere.


2° POSTO Sezione B ‘’LA FEDE’’

(di Antonio De Leo)


Se il tuo cammino a volte ti conduce

dove c’è buio e la tua meta è incerta,

cerca quel luogo dove c’è la luce,

là troverai una porta sempre aperta.


Se la menzogna e il dubbio si introduce

nella tua mente vai alla scoperta

di quella verità che poi ti induce

ad una riflessione vera, certa.


Entra! Ti aspetta, ascolta quella voce,

fai con parole tue una preghiera,

volgi lo sguardo verso quella croce,


prega il buon Dio con devozione vera.

Resta in ginocchio in quella pace assorto,

la fede ti darà vero conforto.


MOTIVAZIONE


Antonio De Leo presenta un bellissimo sonetto dedicato a ‘’La fede’’ in endecasillabi a rima alternata, tranne l’ultima terzina. Versi sicuramente profondi e scorrevoli, attraverso i quali il nostro Poeta, trasmettendoci sensazioni, emozioni e sentimenti, viene a testimoniarci che la Sua passione/vocazione è e rimane esclusivamente la poesia perché con essa Egli si esprime con tutta l’eleganza e l’assoluta conoscenza letteraria che Gli sono Proprie.

In questi dolci versi i Suoi lettori/fruitori sentono le pulsazioni di un cuore fortemente credente e dotato di un’anima illuminata: è il cuore di Antonio De Leo, sicuramente destinato a diventare una voce interessante per il mondo della letteratura e, nello specifico, della poesia del nostro tempo. L’Autore raggiunge una raffinata forza di fascinazione lirica pel tramite di uno stile di scrittura linda e schietta, spontanea e sincera.

Tra i vari scrittori di versi, che abbiamo avuto la fortuna e il piacere di incontrare e, oggi, di premiare per aver suscitato delizia all’animo della Commissione giudicatrice, è da annoverarsi sicuramente il nostro De Leo.

‘’La fede’’ (lux vitae, direbbe qualcuno) è un componimento nato per regalare all’Autore, non soltanto la gioia di aver ricevuto un ambito riconoscimento culturale/letterario, ma la certezza di essersi maggiormente esplorato, (ri)visitato e (ri)scoperto nel suo Io, nel suo essere l’essenza della sua esistenza.



Terzo posto sezione B ‘’Estremo addio)

(Franco Revello)


Il notturno di lenzuola fuggiva

sfiorato dal primo raggio del sole

mentre abbandonavo i tuoi occhi immersi

tra le soffici pieghe del cuscino.

Forse non era la giusta stagione,

forse eravamo foglie, destinate

a librarsi solitarie nel vento,

disordinato e insistente d’autunno.


Ora andiamo vagando, rotolando

nell’universo di polvere, persi

tra le strade dell’ovvio quotidiano,

accartocciati dallo smarrimento.

In questo movimento circolare,

non ho fatto altro che collezionare

ricordi sfocati del tuo pallore

disegnati dall’assenza di linfa.


Nel deserto dell’innamoramento,

dipingo sbuffi di gravide nuvole

e pioggia del mio amore che lenisce

il quadro d’arsura che ti tormenta.

Io sarò spettatore dei pensieri

appena sfiorati dal temporale,

la goccia impaziente di aprire il dono

striato di cielo e poi di arcobaleno.

Sogno il ritagliare di una finestra

sul cartoncino dei miei desideri:

l’affaccio sull’orizzonte infinito

tratteggiato col pastello dell’alba.

Sogno di occupare l’assente spazio

del tuo cuore, regalando dei battiti

improvvisi, che alimentano brividi,

vicino alla fonte delle tue lacrime.


Al risveglio, ad un passo dal tuo volto,

appena sotto le socchiuse palpebre,

lascerò la mia immagine riflessa

tra i contorni delle scolorite iridi.

Ti prego accoglila, insieme al profumo

Intenso delle complicate rose,

che per te, in segreto, avrò custodito,

nel giardino della mia solitudine.


MOTIVAZIONE


Una vena di amarezza pervade tutta la lirica che si muove nell’ambito di un dolore soffuso.

Gentili immagini e parole misurate atte a descrivere una solitudine senza confine.

La poesia manca di drammaticità, segno, questo di una mente sentimentale e di un evento ormai metabolizzato. L’Autore colloquia con la propria anima cercando, con il ricordo, di esorcizzare momenti e pensieri di profonda e nostalgica mestizia.


Quarto posto sezione B ‘’ABITA IL MONDO LA PAROLA’’

(sul cammino di Soren Kierkegaard)

(di Anna Santarelli)


Abita il mondo la parola, s’incardina

tra le pieghe degli eventi, vive nell’orma

mostra quando la matassa dei mille sentieri

si dipana.

Passanti siamo, avvolti nella nudità

del limite, nella tunica del contingente

che veste tutte le cose: quante volte

ci domandiamo se sia questa la strada

ed ogni istante l’ombra del dolore

e l’attesa del domani.


Nella fiamma breve del desiderio

consumiamo questa vita, nello spazio

d’un sogno che non lascia impronte…

nel miraggio stesso d’una vita autentica

che rifluisce in sé.


Ma spazza il vento effimere gioie e sfiora

l’ombra del crepuscolo la fatica delle nostre mani

una brama di senso resta in fondo al cuore


e quando si spoglia il vivere d’apparenti

forme il momento intravediamo di accogliere

ed amare la nostra finitezza.

E nel mistero della distanza, nel silenzio

d’ogni certezza, s’apre il cuore all’infinito

di Dio.


QUINTO POSTO SEZIONE B ‘’MARIA CON GESÙ’’

(Paolo Butti Figline Valdarno FI)


Riposa, figlio mio, insieme a me

al palpito sommesso della notte,

al suo profumo che ci avvolge lieve,

al canto irripetibile di madre…

insieme…tu ed io… in questo abbraccio,

in questo nostro tenero abbandono.

Riposa, figlio mio, insieme a me

al battito del cuore innamorato,

di questa vita fragile ed eterna

che trova nella tua la sua armonia.

Riposa, bene mio, sopra il mio petto

al chiaro dei miei occhi sconfinati

ove s’avviva dolce la tua luce.

Affidati, Signore, a queste braccia,

a questo corpo che mi hai fatto santo

perché Ti fossi nella gioia madre

e tenera difesa e protezione

e fino in fondo, all’ultimo respiro.

Concedimi di farmi tuo strumento,

figura e segno della perfezione,

del tuo donarTi a me e a tutti i figli,

Tu Padre mio e Padre di ogni vita.




Prima classificata sezione poesia dialettale

RESURREXIT (Dialetto palermitano)

Antonio Giordano


Pienzu uora a Gesuzzu e mi siddhiu

poi m’arricuogghiu senza ittari vcuci.

u puopulu u nnu vitti cuomu Ddhiu

ca u pigghiaru a lignati e misu ncruci.


Tu t’a scantari quannu viru fuddha

ca s’arricuogghi in populi nta chiazza.

Nzoccu ascuta ci trasi nta miruddha

e a cuorpu chianci, riri e poi s’incazza.


Priricava Iddu amuri nta stu munnu

e nni vulieva libberi ru mali.

Ricieva ri taliarinni cchiù nfunnu,

ri priari e nun stari comu armali.


Si quaccunu ti runa un timpuluni,

a cu t’u rietti nun l’a odiari,

l’a ghianchiri vasati e ri perduni;

l’altra latata tu ci ai apparari.


‘’Chistu scummina l’interessa mei,

m’arrusica i strumenti ru putiri’’,

pinzava ognun uri sti farisei,

circannu allura ri fallu finiri.


U ficiru acchianari nta muntagna,

pi stari mmienzu e cruci ri dhu latri.

Ma veronica la faccia ora Cci vagna

Capiennu ch’Iddu è Figghiu ru Gran Patri.


Ci chiantaru li chiova manu e pieri

e lu custatu ci firieru i crasti.

Iddhu si rivutò cu chianti fieri.


‘’Patri miu, piccì m’abbannunasti?’’.


Ddhuoppu un pizzuddhu Cristu avia murutu.

I fimmini cu amuri e senza scantu,

avanti d’inchiullu nto lu tabbutu,

nta Sindone ammugghiaru u Corpu Santu.


Duluri e sputazzi suppurtò

pi sarbari a nuatri piccaturi

ma a paci e u Paraddhidu nni purtò

e nui cantamu ‘’Grazzie a Tia Signuri!.


Ccà ri lu Nfernu u nni scantamu cchiù

pinzannu a Tia addhivintamu puri.

Arriviscisti Tu, caru gesù

E n’abbrazzasti nziemmula o Signuri!’’


Traduzione

Ora penso a Gesù e mi rattristo, poi mi raccolgo senza scalmanarmi. Il popolo nol vide come Dio/che lo presero a botte e messo in croce/Devi temere quando vedi folla/ si raduna a popolo in piazza/Quel che sente le entra nel cervello/e di  botto piange, ride e poi s’arrabbia./ Lui predicava amore in questo mondo/ e ci voleva libera dal male.£ Diceva di guardarci el profondo, /di pregare e non star come animali./ Se qualcuno ti dà uno schiaffo,/non devi odiare chi te l’ha dato,/riempilo di baci e di perdoni/l’altra guancia devi porgergli./ Quando scombini gli interessi miei,/ rosicchia i miei strumenti di potere’’/ pensava ognuno di quei farisei,/ cercando allora di farlo smettere./ Lo fecero salir sulla montagna,/ per stare fra le croci dei due ladri./ Ma la Veronica il viso ora gli terge,/ capendo ch’Egli p il Figlio del gran Padre. /Gli piantarono i chiodi a mani e piedi/ e il costato ferirono quei mascalzoni./ Egli si rivoltò con pianti fieri ‘’/Padre mio, perché mi abbandonasti?’’ Dopo un poco il Cristo era morto./ Le donne con amore e senza timore,/ nella Sindone avvolsero il Corpo Santo ./ Dolori e sputi sopportò per salvare noi peccatori,/ ma pace e Paradiso ci porto/ e noi cantiamo ‘’Grazie a Te Signore’’/ ora l’inferno non temiamo più,/pensando a Te noi diventiamo puri./ Resuscitasti Tu, caro Gesù/ e ci abbracciasti insieme col Signore’’.


Motivazione


Si rattrista il poeta nel pensare che Gesù non fu considerato come Cristo dal popolo che lo prese a legnate e lo mise in croce. Perché Lui predicava l’amore, voleva l’uomo libero dal male, lo invitava a porgere l’altra guancia se veniva percosso, e ad amare il mondo. Non poteva quindi essere accetto dai farisei che lo misero in croce vedendo in Lui un personaggio che andava contro i proprio interessi.

La composizione di cui si apprezza la doppia versione, in dialetto (quartine a rima alternata) e in lingua (anche questa in rima alternata) perfetta per quanto riguarda l’aspetto stilistico-formale e scorrevole nel colorito vernacolo siciliano, esprime molto efficacemente il profondo vissuto dell’autore e il suo forte invito a seguire gli insegnamenti cristiani


SECONDO POSTO SEZIONE C :’’ARTORNU A CASA’’ (dialetto anconetano=

(Bontempi Rina – Ancona)


È lì… cume ‘m vechiu sdentatu

la casa n’ tra i campi brugiati dal sole,

i copi… è neriti da j scherzi del tempu,

et tetu… è slamatu pr rabia … dal ventu.


A sede de fora, su n’cepu de cerqua tarlata

el schiopu lustratu… la pipa smurciata,

c’è nonu che pare me speta…

La fronte è griciata,

la mente svampita,

j ochi nfusati d’un lupu casciatu ch’j sfuge la vita.


‘Na tegula scopre do bechi afamati,

‘na persiana sbilenca de fiancu sta a pende,

‘na voce da drenta che pare me chiama!

El core me zompa… è quela de mama.


Adè, m’arivedu da fiola na volta cum’eru:

i capeli ‘ntreciati de viole e papole,

le corse ‘nti prati tra i bagi del sole,

i udori de’ pini e de’ roghi de more,

i fiati de stala tra bovi e dindole…

e lu,

el vechiu sdentatu ch’è tantu che speta,

adè che m’arvistu ha fatu n’ surisu,

adè ch’è sciguro che qi so rturnata,

j casca la pipa…

e la testa je vedu de latu piegata.


Traduzione


È lì… come un vecchio sdentato

la casa tra i campi bruciati dal sole,

i coppi anneriti dai fumi del tempo, il tetto sfondato…

per rabbia dal vento!


Seduto alla porta, su un ceppo di quercia tarlata,

il fucile posato… la pipa smorzata…,

rivedo mio nonno che pare mi aspetta…

La fronte è rugosa, la mente confusa,

lo sguardo è smarrito del lupo braccato per forza ammansito.


Una tegola spiove dove pigola un nido,

una persiana di lato che pende,

una voce da dentro che a un tratto mi chiama,

il cuore fa un salto… è quella di mamma.


Ed ecco che allora il ricordo riaffiora di bimba com’ero:

i capelli intrecciati di anemoni e viole,

le corse nei campi tra i baci del sole,

l’odore dei pini e dei rovi di more,

i fiati di stalla tra mucche e dindole…

e lui,

il vecchio sdentato che è tanto che aspetta

appena mi ha visto ha fatto un sorriso,

appena ha capito che son ritornata…

la testa reclina…

e la pipa di bocca è già scivolata.


MOTIVAZIONE


Pensieri che ingombrano la mente e ricordi… memorie che risalgono ai giorni belli dell’infanzia e giovinezza.

Rievocazioni che talvolta radicano nel profondo e la Poetessa ce ne parla con versi misurati e musicali.

La poesia si presenta come un quadro d’ambiente familiare: la casa bruciata dal sole, i coppi anneriti dal tempo e il nonno che sembra aspettarla.

Un momento di serenità nel quale l’Autrice trova consolazione tornando a quegli anni dove ogni giorno viveva un’intramontabile primavera.

La leggerezza dei toni e le visioni aeree e lievi rendono particolarmente gradevole la lirica.

La chiusa, poi, in maniera pacata e malinconica nasconde il sentimento segreto e pungente che di colpo si manifesta lanciando un preciso messaggio: - Ritorno a casa! –

È questo il desidero che i versi lasciano trapelare: ‘’avere i capelli ‘ntreciati de viole e papole / le corse ‘nti prati tra i bagi del sole’’.



TERZO POSTO SEZIONE C ‘’ALLE CINQUE TORRI’’

(Franco Ponseggi Bagnacavallo – RA)


Silënzi dal muntägn,, sòl i mi pës

stra al röč ch’al strid stra i pi, e in êlt e’ vënt

e pǒrta la curnacia e e’ su lamënt.


Trincéi e pustaziön, zimënt e sës

e buš scaveé int al röč pr’ sintinël,

rifuğ par i suldé, mol e cavël.


Dal nëbi d tëmp antic armòr d canön

e la mitraglia da là so la bat,

i straza l’aria i scopi dal granat.


Stra la sasaja in tëra a gnavgatön

guardë a la žo int la val, tartni e’ rispir

a vdé dagl’òmbar mǒvas pr’ i sintir.


Fadig, sudòr e sängv, e’ fred, al frì,

pän négr’ e int la gaveta un pö d brudaglia.


Fradel custret a l’ödi, avnù a murì

parchè da un’êtra pêrt d’una fruntira,

parchè l’à un êt culòr la su bandira.


L’ùltum pinsir la mäma e la fameja,

la ca luntäna, i žug int e’ curtil,

e l’ùltum sguêrd int e’ turchën de zil.


E nö a sën vnu a cva in zèma in funiveja,

turèstar grës, par sport divartimënt,

a pens a ste cunfrönt, cvänt ch’l’è strident!


La màchina, al vacänz e tot i cvel,

a cva sënza pinsir par fë una gita,

e lò, lò i n’à avù gnit da la su vita.


U m pièš d pinsê che ormai turné fradel,

fradel a là int un mònd ch’u n’à cunfën,

adës i pödurmì tot cvènt insën.


TRADUZIONE

Alle ‘’Cinque Torri’’

(Dolomiti di Cortina, attuale meta di escursioni turistiche e teatro di guerra 15-18)


Silenzio delle montagne, solo i miei passi

Tra le rocce che stridono fra i piedi, e in alto il vento

Porta la cornacchia e il suo lamento.


Trincee e postazioni, cemento e sassi

e buchi scavati nelle rocce per le sentinelle,

rifugi per i soldati, muli e cavalli.


Dalle nebbie di tempi antichi rumore di cannoni

e la mitraglia di lassù batte,

stracciano l’aria gli scoppi delle granate.


Tra la pietraia in terra gattoni

guardare laggiù nella valle, trattenere il respiro

a vedere delle ombre muoversi per i sentieri.


Fatiche, sudore e sangue, il freddo, le ferite,

pane nero e nella gavetta un po’ di brodaglia,

in spalla il peso del fucile e della mitraglia.


Fratelli costretti all’odio, venuti a morire

perché da un’altra parte di una frontiera,

perché ha un altro colore la loro bandiera.


L’ultimo pensiero la mamma e la famiglia,

la casa lontana, i giochi nel cortile,

e l’ultimo sguardo nel turchino cielo.


E noi siamo venuti qua in cima in funivia,

turisti grassi, per sport, divertimento,

penso a questo confronto, quanto è stridente!


La macchina, le vacanze  e tutte le cose,

qua senza pensieri a fare una gita,

ed essi, essi non hanno avuto niente dalla loro vita.


Mi piace di pensare che ormai tornati fratelli,

fratelli là in un mondo che non ha confini,

adesso possono dormire tutti quanti insieme.


MOTIVAZIONE


Dalle dieci terzine di elaborata costruzione emerge la superficialità del vivere moderno, soprattutto se confrontata con altre trascorse e ben tristi realtà.

Il Poeta è amareggiato da questo contrasto e la lirica dipana in ogni minima sfumatura questa sentita dolenza.

L’ansia che scuote il cuore dell’Autore si articola attraverso descrizioni concrete, precise e ricche di etica valenza interiore.

L’efficacia di ogni singola parola si comunica al lettore facendolo partecipe del tema trattato..


QUARTO POSTO ‘’UN MURU IATU IATU!’’

(Paolo Lacava dialetto di Reggio Calabria)


Quand’era picciriddhu, ancor’o’ scuro,

‘u mundu era gioia e allegria,

passava, mi rricordu, arret’on muru

e… galoppava c’a’ me’ fantasia;


non era un muru tantu tantu iatu,

ma ‘sendu picciriddhu no’ rrivava,

stirava ‘u coddhu’i ‘i sgrinciu opuru ‘i latu,

ma rop’un pocu, stancu, mi ssittava.


Cusì ‘ssittàtu ‘nterra eu sognava:

Mi ‘mmagginava un postu profumatu,

cu’ n’Angiulu ‘nto centhru chi cantava

e juri, tanti juri e un bellu pratu;


e po’ mi ‘mmagginava ‘nu castellu,

cu’ Re, cu’ Principessi e cu’ Baroni,

l’alv’avant’all’occhi, ch’era bellu,

nc’erinu purì i serbi ch’i pathruni;


e tutt’aniti, tutt’in armonia!

Viriva facci allegri e sorridenti,

tutti filici (mi pariva a mia),

comu ‘nte fauli, undi su’ cuntenti…


…Ma po’ criscia e arret’a ‘ddhu murettu

Vitti chi n’cera un poviru cristiànu,

ch’aiva ‘na barracca senza tettu

er era ciuncu ‘i n’anca e ìi ‘na manu;


non nc’erinu né juri né giardini,

né Re, né Principessi, né Baruni,

c’erinu sulu tanti tanti spini

ammenz’a sthracu e pezzi ‘i taulùni…


…Cusì ‘nta vita! Quandu si’ figghiolu,

sogni nu’ mundu tuttu chin’i meli,

po’ quandto ti fa’ ‘randi e pigghi ‘u volu,

ti ‘nfraciti paccìi e gghiett’u’ feli!



Vuliva ‘siri orbu non mi viu

e mutu non mi nesci un fil’i jatu,

chist’è ‘nu mundu, quantu stim’ a Diu,

undi nci voli… Un muru iatu iatu!!


TRADUZIONE


Quand’ero piccolino, ancora all’oscuro, (all’oscuro di tutto-innocente-inesperto)

Il mondo era gioia e allegria,

passavo, mi ricordo, dietro un muro

e… galoppavo con la fantasia;


non era un muro tanto tanto alto,

ma essendo piccolino non arrivavo,

stiravo il collo di sguincio oppur di lato

ma dopo un poco, stanco, mi sedevo.


Così seduto a terra io sognavo:

Mi immaginavo un posto profumato

un Angelo al centro che cantava

e fiori, tanti fiori ed un bel prato;


e poi immaginavo un castello,

con Re, con Principesse e con Baroni,

era davanti agli occhi, ch’era bello,

c’erano anche i servi coi padroni;


e tutti insieme, tutti in armonia!

Vedevo facce allegre e sorridenti,

tutti felici (mi sembrava a me),

come nelle favole dove son contenti…


…Ma poi son cresciuto e dietro quel muretto

vidi che c’era un povero cristiano,

che aveva una baracca senza un tetto

ed era privo di una gamba e di una mano;


non c’erano né fiori, né giardini,

né Re, né Principesse, né Baroni,

c’erano solo tante, tante spine

tra mezzo a pietre e pezzi di tavoloni…


… Così nella vita! Quando sei figliolo

sogni un mondo tutto pien di miele,

poi quando ti fai grande e pigli il volo,

ti infradici, impazzisci e getti fiele.


Volevo esse cieco e non v edere

e muto che non esca un fil di fiato,

questo è un mondo, per quanto stimi a Dio,

dove ci vuole… un muro alto alto!!!.


QUINTO POSTO ‘’LA NORMALITÀ’’

(Luciano Gentiletti –Rocca priora-RM)


Cercanno sempre er mejo a brija sciorta

succede che se famo ‘na priggione,

s’arinchiudemo ne la convinzione

che nun c’è vita si nun ciai ‘na svorta.


Quanno capimo che ‘sta strada è storta

è tardi pe cammià la direzzione,

dovevamo campà co più raggione,

siconno li valori de ‘na vorta.


Si l’omo spreca er tempo destinato

corenno appresso a quello che nun cià,

se perde tutto quer che j’hanno dato.


Er segreto de la Felicità

Lo scopre tardi… quanno s’è invecchiato:

era godesse la Normalità!


TRADUZIONE



Volendo ottenere sempre più del necessario / succede che ci chiudiamo in una prigione / perché ci convinciamo / che solo possedendo di più saremo felici./ Quando riusciamo a capire che è una strada sbagliata,/ è tardi per cambiare stile di vita,/occorreva vivere in un altro modo/ seguendo i valori del passato./

L’uomo spreca il tempo che gli è concesso/ inseguendo quello che non ha/ e non si cura di apprezzare quello che ha./ Il segreto per vivere felice/ lo scopre tardi… quando ormai è vecchio:/era godersi la quotidianità.