domenica 16 ottobre 2016



Premio di Poesia ''Amici di Tuoro'' 2016.
Ringrazio sentitamente la Commissione Giudicatrice per aver assegnato il primo posto, nella sezione poesia in lingua italiana, alla mia lirica ''Un cesto di more e di fiori''.
Roccabascerana (AV) 15.10.16

mercoledì 12 ottobre 2016


POESIE VINCITRICI LA VII° EDIZIONE DEL PREMIO POETICO INT.LE ‘’LAUDATO SIE, MI’ SIGNORE’’

SEZIONE A (POESIA A TEMA LIBERO)

 

TRILOGIA DEGLI ULTIMI – 2

STABAT MATER

                           Ad Aisha, 13 anni, lapidata

                            a Chisimaio - Somalia

 

Ragazza mia che più non hai memoria

del fiume attraversato a piedi nudi,

chiare le pietre amiche e levigate

a carezzare il passo tuo gentile,

in volo dolce verso Chisimaio.

 

Così io ti ricordo

                               (o almeno credo),

tese le braccia a bilanciare il guado,

gazzella ignara al sogno tuo leggero.

 

Così ragazza mia io ti ricordo,

così salivi al giorno, e non sapevi

il Gòlgota, né il fuoco alle stazioni:

dèmoni neri, Angeli del male,

violarono il tuo fiore ancora acerbo;

poi fecero del giunco tuo sottile

croce di te confitta sulla terra.

 

Ora che il tempo, tutto, è consumato,

di te ci resta questo tuo sorriso,

fiorito sulle labbra un po’ arrossate

(più grandi, e appena più perduti, gli occhi).

Di te ci resta questo tuo silenzio,

lama di fuoco a mutilare i sogni.

 

Stringe adagio il tuo capo,

perse le mani dolenti, 

                                            tua madre,

lieve sfiorando i capelli tuoi crespi,

dolcemente raccolti sulla nuca

con fermagli di porpora e carminio.

 

UMBERTO VICARETTI (Roma)  1° CLASSIFICATO

 

MOTIVAZIONE

 

Capolavoro poetico in versi sciolti, il cui il Poeta porta fuori un ricordo che, senza ombra di dubbio, non Gli appartiene e ovviamente non se ne appropria, trattandosi di un retaggio di antico e grande dolore per l’intera popolazione del nostro pianeta.

Stabat Mater è un’opera di poesia pura, sincera, pervasa di amore cristiano.

Nei suoi freschi versi, in endecasillabi sciolti, il ricordo scorre dolcemente in una visione assolutamente idilliaca, ma il sacrificio di Aisha, 13 anni, atrocemente lapidata a morte a Chisimaio nel sud della Somalia, vola con leggerezza sulle tracce dell’innocente agnello da immolare sull’altare pagano della barbarie.

Con essi, tanto mirabilmente eleganti, quanto artisticamente naturali e spontanei, il Poeta ci viene a indicare il cammino della passione che mette insieme le creature innocenti atrocemente torturate e straziate.

Stabat Mater non viene ad essere che il quadro della madre addolorata, sulle cui mani scende sangue innocente.

Un quadro decisamente poetico che consente al nostro aedo di annoverare fra i numerosi riconoscimenti letterari il primo premio con la VII edizione del Laudato sie, mi’ Signore 2016.

Eccellenti i versi -come i precedenti, sicuramente – dell’ultima strofa:

Stringe adagio il tuo capo, / perse le mani dolenti, tua madre, / lieve sfiorando i capelli tuoi crespi, / dolcemente raccolti sulla nuca / con fermagli di porpora e carminio.

 

Prof. Francesco Mulè Presidente di Giuria

 

UN SOGNO

 

E sarà volo intenso di falena

la ricerca di un sogno del passato,

nascosto in qualche anfratto misterioso

egli attende silente nuova luce.

 

Può rinascere un sogno che conduce

al ricordo di un attimo amoroso,

con audacia potrà esser realizzato

e togliere ad un cuore la sua pena.

 

Di rose la mia casa sarà piena

e di profumi ogni angolo colmato

per renderlo più bello e più armonioso

 

e rivivere l’attimo radioso.

Sempre attento lo sguardo scruta il fato:

per tagliare a ogni sogno la catena.

 

Elisabetta Freddi (Cesano di Senigallia) 2° POSTO

 

MOTIVAZIONE

 

 

Sarà un volo intenso di falena la ricerca di un sogno del passato, nascosto in qualche anfratto misterioso della mente, dice la poetessa, aggiungendo che questo sogno riaccenderà il ricordo d’un attimo d’amore, togliendo al cuore la sua pena e colmando la sua casa del profumo delle rose. La composizione è un sonetto speculare di ottima fattura, che scorre molto fluido e accattivante nel ritmo di perfetti endecasillabi, e ciò a dimostrazione della ineccepibile padronanza stilistico-formale dell’autrice. Da segnalare, inoltre, la profonda ispirazione che pervade l’opera e la felice scelta di parole e metafore, da cui traspare, cosparso d’essenze floreali, il radioso ricordo di un amore passato, e che connotano la composizione di alto spessore letterario. 

 

Prof. Vittorio Verducci

 

I RAGAZZI DEL BATACLAN

                            A Valeria

 

Una musica dolce, un motivo tra quelli

che ancora ricordi; e una birra, un lieto

momento tra quanti rivedi in quest’ora di sera.

E sorridi agli amici, agli occhi ridenti

del tuo mite compagno, scordando i pensieri,

le ansie del giorno, quando insegui i tuoi sogni

sui ciottoli neri di dure città, non sapendo

che un’onda di fuoco ti ruba la vita.

Ed ora son fiori tra foglie cadute che il vento

raccoglie, deposti con cura da cuori toccati,

da chi viene a segnare il suo gesto d’amore,

mischiando il suo pianto con quello di un cielo

che lacrima ancora.

Fiori sbocciati in giardini d’inverno,

aperti alla vita per un giorno soltanto

senza sapere quale fosse la fine.

Come quelli appena recisi da mano crudele

di altri ragazzi, incapaci di aprirsi alla luce,

ad un gesto d’more, percossi da un vento

di pura follia.

Ed ora né gli uni, né gli altri hanno domani;

ma memoria e pianto solo gli inermi,

chi visse il suo giorno con occhi sereni,

figurando per tutti un mondo diverso

lontano da guerre, da urla e massacri.

 

È’ nella vita la morte, compagna perenne

d’ogni pensiero. Ma è dura, insopportabile

pena se il ciclo si chiude già prima di sera,

o mentre la luce ravviva la lieta stagione.

E l’anima vola; tra i vivi rimane:

nella casa insieme ai suoi cari, nei libri,

nei quadri, in un foglio caduto accanto al divano.

E chi vive muore con lei un poco alla volta,

affrettando il suo passo per ritrovarla daccanto

in fondo al sentiero.

 

Antonio Damiano (Latina) 3° POSTO

 

MOTIVAZIONE

 

Lirica ricca di preziosi spunti emotivi che, con immediatezza, esprime un dolore senza fine.

Intensa è la suggestione di immagini create con le quali l’Autore trascina, tramite gli accorati versi, nell’immensità del sentimento espresso.

La sofferenza diviene quasi fisica, la percezione dell’anima si manifesta in un quadro o in un foglio caduto accanto al divano.

L’amore non muore e resta per sempre accanto alle persone care.

Questa poesia è l’emblema della vita e della morte, e ci narra che solo ‘’in fondo al sentiero’’ ritroveremo le persone amate e quella pace alla quale abbiamo sempre anelato.

 

Fulvia Marconi Presidente Associazione Culturale Magnificat

 

SPIEGA L’ALA LA NOTTE

(alla donatrice di cuore)

Spiega l’ala, la notte. Ma non più

per te. Per te si è chiusa ogni stagione.

Mi brucia dentro ancora la memoria

di tante sospirate tue chimere,

mi piangono negli occhi tue disperse

gioie di mamma giovane. Di donna.

 

Sento voci che chiamano te ancora.

 

Non distante la riva col suo pianto.

 

Il borbottio della memoria corre

indietro nella polvere e frammenta

virgolette di carta sulle mie

mani. Se vuoi lascia fluire, Fiore,

sui miei specchi il sorriso delle spighe

nei campi e la rugiada sulle rose.

 

La parola si spegne sulle mie

labbra. Non è mai facile per me

afferrare di nuovo la magia,

la santità – o il sortilegio? – di

quel giorno abbandonato nel passato

col tuo cuore diventato il mio,

che apriva un nuovo sole all’orizzonte.

 

E siamo insieme. A misurarci questo

infinito parziale di silenzi

da quando un vento avverso ha cancellato

il tuo tempo. Ma non è stato lieve

entrare nei tuoi battiti, intonare

il mio respiro al tuo: alla pacata

essenza delle tue pulsioni che

io non conosco e mai conoscerò.

 

Si spegne la parola sulle mie

labbra. La mente cerca di deviare

il pensiero. Mi sfugge dalle mani.

Urla sgomenta il suo dolore, ancora.

 

Incredulo che il tuo tenero cuore

batta soltanto nei miei giorni. E sento

le nostalgie al posto tuo e vedo

la tua mano che s’alza verso il cielo

come un bisbiglio timido nel gesto

di un addio senza tempo. Indefinito.

E non riesco a ricacciare più

la lacrima che prepotente vuole

posarsi sul mio palmo che l’aspetta.

 

Così consumo in quest’ultima notte

d’emozione il tuo sonno. E mi domando

fino a che punto il tempo sarà in grado

di riparare i miei mattini presi

in prestito al tuo sole: così muti,

fragili. Trascinati tra oblio e vita.

 

Rosanna Di Iorio (Cepagatti -PE) 4° POSTO

 

MOTIVAZIONE

 

 

 

La poesia è quel giardino dalle mille parole profumate d’amore, ma in questo canto tutto si veste di amabile tristezza.

I versi si susseguono eleganti e agili, armoniosi ed equilibrati a elevare un sentimento che non conosce età.

Una lucida analisi per questa composizione limpida e piena di toccante sentimento.

‘’Incredula che il tuo tenero cuore / batta soltanto nei miei giorni’’, sono versi che alternano dolore alla speranza, ma che arrivano, quasi, a toccare una mistica elevazione.

Parole struggenti e prive di eccessi, controllate nella forma e nella sostanza, le metafore sono chiare e altrettanto limpido è il significato e l’esposizione.

Una lirica, questa, ricca di profonda emozione che fa assaporare in bocca il gusto amaro/miele del trapianto di organi.

 

Fulvia Marconi presidente Associazione Culturale Magnificat

 

SOLO UN RESPIRO DI GINESTRA E FIORDALISO

 

Non ho più parole da impastare

con acqua e sale…

Non ci sarà pane per i rimpianti

affamati di nostalgiche brezze

a far rumore tra fronde di pensieri.

Sono rami sempreverdi i miei ricordi,

non temono il rincorrersi di stagioni.

Ben celate tra le foglie si annidano

sillabe e fonemi come piume,

a lasciare tracce d’impavide ali

che hanno imparato a volare.

Chi potrà mai dimenticare

la generosa schiusa di uova

in quella primavera così lontana?

Fu destino o soltanto casualità?

Credetti alla rondine affaccendata

con la pagliuzza nel becco

per rinsaldare l’amato nido

e alla spiga che, gonfia dei suoi chicchi,

si beava a dispetto del papavero

che, spettinato dal vento,

faceva boccacce al borioso sole.

Ora solo erbacce e gramigna rossa

tra l’arruffate zolle del mio domani

e, a mani nude, mi ritrovo a frugare

fin dentro fitti rovi e stoppie secche

alla ricerca di fugaci illusioni;

quelle illusioni che crescono ovunque,

sempre pronte a tirar giù stelle

da afferrare al pari di lucciole tra l’erba.

Negli occhi resta l’albeggio tenue e delicato

Di un’alba profumata e, nel petto,

solo un respiro di ginestra e fiordaliso.

 

Loretta Stefoni (Civitanova Marche) 5° posto

 

MOTIVAZIONE

 

Lirica in versi liberi, intrisa di tanta nostalgia.

L’animo intristisce pensando al presente denso di ‘’fugaci illusioni’’ che, all’albeggiare di un nuovo giorno, lasciano soltanto il profumo dei fiori di campo.

 

Prof.ssa Maria Di Blasio Ricci

 

 

SEZIONE B – POESIA A TEMA L’AMORE PER DIO E OGNI ESSERE VIVENTE COMPRESA LA NATURA

 

‘JUBILANTES’

 

Ti conosco, devoto vagabondo,

che al richiamo del Santo Giubileo

vai pellegrino per le vie del mondo

la bisaccia e il bastone del ‘romeo’.

Leggero per impervii sentieri

nel silenzio di asconditi pensieri.

È vicina la fine del tuo viaggio,

i tormenti e le attese sono dietro:

ecco, dinanzi agli occhi, in un miraggio

Roma, le cento cupole, San Pietro.

E lì, nella basilica agognata,

la ’porta santa’ schiuderà l’entrata.

San Paolo aspetta, fuori da le mura,

dove il primo dottore della Chiesa

trovò, dopo il martirio, sepoltura.

Davanti a quella fiamma sempre accesa

cadrai in ginocchio con le braccia al cielo,

lacrime calde ti faranno velo.

E vai per San Giovanni: luogo eletto,

e prima chiesa tra le chiese tutte

sacra al ‘Battezzatore’ e al ‘Prediletto’: * S. Giovanni Battista e S. Giovanni Evangelista

E non potrai tener le ciglia asciutte,

dove per un millennio ebbe la sede

chi diede al mondo il lume della fede.

A San Lorenzo, passo dopo passo,

or ti conduce il tuo peregrinare;

della grande città non senti il chiasso,

chiuso in te stesso nel tuo lento andare.

Nel cielo, al quale spesso volgi il viso,

risuona ‘Paradiso… Paradiso!’’ * Il canto delle vanità attribuito a S. Filippo Neri

E riprendi il tuo santo itinerario,

volto a quel tempio dove corre voce

che s’accolga la terra del Calvario

e le reliquie della Santa croce.

Nell’angolo più a nord dell’Esquilino

venerarle potrai, pio pellegrino.

Oltrepassata ancora un’altra porta,

compi il tragitto in mezzo alla campagna

con la fede che sempre ti supporta

e che un’altra indulgenza ti guadagna.

Tra catacombe della prima ora

San Sebastiano martire s’onora.

Ritorni indietro, a un’altra chiesa antica:

alla Vergine è l’ultimo saluto,

poi tornerai con improba fatica

alla tua casa. Ormai tutto è compito.

Non scorderai Santa Maria Maggiore:

qui – sono certo! – avrai lasciato il cuore.

 

Bruno Fiorentini (Bracciano – RM) 1° POSTO

 

 

MOTIVAZIONE

 

Otto sestine di perfetti endecasillabi (schema ABABCC) classificatisi al primo posto nella sezione B della VII° edizione del Laudato sie, mi’ Signore 2016. Trattato in modo esemplare il tema della nuova lirica a impronta prettamente cristiano/cattolica. Dai versi di importante valore letterario, pervasi di nobiltà di espressione poetica e culturale, viene a trasparire un quadro di sincera e leale naturalezza che infonde pace solenne comunicata dall’operato di Pietro e di tanti altri, apostoli e santi, che Lo seguirono. Il Poeta viene ad evocare e fotografare, con occhio attento e obiettivo, vicende e fatti quotidiani che il tempo aveva nascosto, se non addirittura obliato. Jubilantes è una preziosa gemma del nostro Scrittore, vero tessitore e cultore della poesia e della nostra della Chiesa.

L’Autore fa poesia per egemonizzare la qualità dell’uomo, il valore del sentimento, l’eticità della persona che spesso viene distrutta, nel presente, dal consumismo sfrenato costantemente predicato dai mass-media e dal cieco materialismo in cui l’uomo, volente o nolente, è caduto e continua a cadere. Jubilantes è un’opera letteraria che, nel suo essere coinvolgente e didatticamente travolgente, porta ciascuno di noi a riflettere sul senso della vita, sull’importanza dell’amore e sul significato della ‘parola ‘parlante’ che, come energia vitale nel rapporto umano e sociale, tende a smaterializzare lo scorrere del tempo, conquistando il cuore di chi legge. .La poesia di Bruno Fiorentini è caratterizzata da due similitudini mai in contrasto fra loro, ma che si incontrano in itinere per verificarsi e arricchirsi vicendevolmente: conoscere per conoscersi e conoscersi per conoscere.

 

Il Presidente di Giuria Prof. Francesco Mulè

 

L’ULTIMA META

 

Sul filo rosso della luna piena

ho steso i panni al vento della sorte:

In cima alla montagna ed alla rocca

ho issato la bandiera del perdono:

a piedi scalzi vado sulla pietra

ed addosso ho la tunica di un vóto.

 

Bianca dell’albe e dell’aurore insonni,

lunga del filo che la seta tesse,

spersa nel verde molle della valle

la luce al campo del mattino splende,

ruggendo d’un trapasso di colori,

raggiera d’infinito in una ampolla.

 

Fermo il granello nell’incerta gola

d’una clessidra che tracima il tempo

d’un prima o dopo che ha perduto il senso…

 

Rammenta il gesto il dono l’uomo buono.

Rammenta il fiore e il mare e il volo.

Rammenta la tua voce di bambino

e afferra l’aquilone che ti strappa

in infiniti intrecci nell’azzurro.

 

I versi hai lasciato come semi

per sentieri invisibili di rondini

che ora a stormo ti insegnano la meta.

 

Ultima meta ove sparisce il mondo.

 

Francesca Di Castro (Roma) 2° POSTO

 

MOTIVAZIONE

 

La Poetessa ha steso i panni sul filo rosso della luna piena e al vento della sorte, ha issato la bandiera del perdono in cima alla montagna, ed ora va a piedi scalzi sulla pietra con indosso la tunica del voto. È l’incipit di una poesia molto ispirata, che prosegue colorandosi di luci, e, mentre l’Autrice ferma i granelli della clessidra per trattenere il tempo e rammenta gesti di bontà e le voci genuine della natura, le si spalancano, sulla scia degli aquiloni e delle rondini, infiniti intrecci nell’azzurro e sentieri invisibili, la cui fine sta a rappresentare la meta: l’ultima meta dove sparisce il mondo: È una bella composizione in endecasillabi sciolti, in strofe di diversa lunghezza, che si segnala per l’accurata scelta del linguaggio, per le efficaci immagini e le felici metafore, assolutamente valide sul piano stilistico-formale e in cui si può cogliere il significato più profondo della vita.

 

Prof. Vittorio Verducci

 

IN MORTE DELLA GIOVANE ELISABETTA

 

A cercar la tua croce al camposanto

ieri sono venuto, o Elisabetta,

dinanzi al tuo ritratto io m’incanto,

la commozione mi rapisce in fretta.

 

Sulle mie ciglia non trattengo il pianto

e tosto una domanda il cuor mi detta:

perché prima del tempo è stato infranto

il dolce sogno tuo di giovinetta?

 

Ai pie’ della tua pietra sepolcrale

a rimembrar io resto silenzioso

il tempo della vita tua mortale.

 

E mentre parlo al tuo cenere muto

avvinto dal tuo sguardo luminoso

lo sdegno mio dinanzi trattenuto

 

preghiera è diventato.

Pietoso invoco il Sommo Creatore

a consolar tua madre nel dolore!

 

Emilio Marcone (Atri -TE) 3° POSTO

 

MOTIVAZIONE

 

Sono venuto a cercare la tua croce nel camposanto e mi sono commosso dinanzi al tuo ritratto, dice il poeta in toni accorati, rivolgendosi a una ragazza venuta a mancare nel fiore degli anni, e chiedendosi, inoltre, il motivo per cui è stato infranto così presto il sogno della sua giovinezza. Ma poi il suo sdegno si trasforma in preghiera, e lui rievoca Dio raccomandandogli di sostenere la madre in così grande dolore. La composizione è un sonetto caudato, con quartine a rime alternate e terzine legate nel verso centrale. Molto scorrevole e musicale nel ritmo di perfetti endecasillabi, si connota per la profonda, ispirata, commozione che suscitano i versi, di cui alcuni, di reminiscenza foscoliana e leopardiana, stanno a dimostrare la notevole cultura letteraria dell’Autore.

 

Prof. Vittorio Verducci

 

ERA PIOGGIA D’AMORE

 

Grava l’ignominia e lento avanzi,

irriso, a stento, tra uomini malvagi,

latranti, torvi, lungo vicoli angusti

e le carni azzannano come randagi.

Pesa quel duro legno sulle spalle

ed ora dai tuoi occhi piove amore,

il sangue ed il sudore s’impastano

per un fine che l’universo ignora.

Crolli come aquilone senza vento

e aspro l’empio dolore percepisci,

la folla è inferocita, ti colpisce

e sul colle s’inginocchiano gli ulivi.

Corre tua madre e le braccia tende,

con amore le piaghe ti lenisce,

una pioggia di rugiada bagna il mondo

che le sue vere mete ancor rinnega.

Del Padre tuo la volontà attendi

e sai che le tue mani inchioderanno,

ma presto s’apriranno quelle Porte

e con la morte la morte inchioderai.

Tutto è concluso, tutto è finito ormai,

senza un lamento sulla croce muori,

si oscura il cielo e ottenebra il creato,

poi d’improvviso il giorno si fa notte.

Tre giorni e il vischio rinsecchisce,

dalle fondamenta il mondo si dimena,

poi c’è il miracolo e la vita vince

salvando pure chi non ci credeva.

 

Gaetano Catalani (Ardore marina – CZ) 4° POSTO

 

MOTIVAZIONE

 

La lirica, d’effetto decisamente immediato, ha il pregio di catturare l’attenzione del lettore.

‘’Era pioggia d’amore’’ coglie, con commozione, un momento indimenticato nei secoli.

Suggestiva la descrizione del Calvario di nostro Signore Gesù.

L’ambientazione realistica è colma in ogni verso di potente emotività.

La lirica, ben strutturata, è sostenuta da un dettato poetico coinvolgente.

‘’E con la morte la morte inchioderai’’ e ‘’salvando pure chi non ci credeva’’ sono versi che non si possono trascurare.

Fulvia Marconi Presidente Associazione Culturale Magnificat

 

UN PRETE D’ALTRI TEMPI

(dedicata a Don Marco Moretti parroco della Chiesa dei SS: Pietro e Paolo, vittima di un incidente stradale)

 

Quel prete dall’aspetto trasandato,

permeato di fede e di chiarezza,

va pedalando quasi non Prelato

fra le tante specie di amarezza.

Nella borsa consunta e sempre appesa,

la carità gli quantifica il tesoro,

che difende senza mai una pretesa

con la croce di Cristo priva d’oro.

Non ha rivali lungo la sua strada,

poiché dagli occhi arguti e penetranti

sprigiona una luce a mò di spada

che entra nel cuore delle genti.

Quella parrocchia da lui resuscitata,

è impregnata del suo forte istinto,

e lo scopo per cui l’ha ben forgiata

risiede in un disegno mai dipinto.

Ha odor di santità senza pretese,

perché la missione che si è imposta,

avvicina la gente anche scortese,

con vivace invadenza e senza sosta.

Il suo impeto più che la parola,

fa emergere tesori dissepolti,

è l’esempio matrice di ogni scuola,

che corregge la voce dei più colti.

Quel Cristo immenso dalle mani tese,

l’ha rotolato giù dal suo Calvario,

per raccoglier di tanti le pretese

ed annodarle tutte sul sudario.

Rifiuta con rigore l’apparenza,

evitando qualunque compromesso,

poiché la sua tenace resistenza

alloggia in un palazzo senza ingresso.

Ha il nome conciso di Don Marco

con ivi sottaciuto di ‘’ingegnere’’,

tra la terra e il cielo ha eretto un arco

con attrezzi mai visti in un cantiere.

Nell’armonia di voci e di chitarre

nel sorriso dei bimbi ognor fragrante

quel prete modesto e senza sbarre

assume fattezze da gigante.

 

Emidio Agostini (Ascoli Piceno) 5° POSTO

 

MOTIVAZIONE

 

Una poesia, questa, senza particolari pretese, ma che nella sua modestia arriva direttamente al cuore.

I versi parlano di Don Marco che nella sua umiltà tanto ci ricorda la figura dell’attuale Santo Padre.

La rima alternata rafforza l’andamento musicale che scorre agile e armonioso.

La quart’ultima quartina ‘’Quel Cristo immenso a mani tese’’ ci rende testimoni della sofferenza del Calvario e l’Autore si abbandona al sentimento dando voce, con sincero trasporto, al Suo umano sentire.

Don Marco, un pretino d’altri tempi che in realtà non conosce tempo perché il Suo fare ha varcato le frontiere di ogni pensiero restando tenacemente legato all’interno del più vivido ricordo.

 

Fulvia Marconi presidente Associazione Culturale Magnificat

 

SEZIONE C POESIA DIALETTALE

 

Nu casermone tetro e senza sole,

brutto, scagnato e mezzo scalcinato

addò povere viecchie, sempre sule,

passano ‘a vita e ‘o riesto d’ ‘o campà.

 

Stanno ‘ittate miezo a quatto mure,

faccella ‘e cera e mane rinseccute,

cibate comme fossero criature,

vestute ‘e pezze ‘e tantu tiempu fa.

 

Anziani mise dint’a’ liette sfatte

o miezo a’ nu ciardino a piglià ‘o sole,

uno penziero dint’a’ capa sbatte:

‘sta vita ma quann’è ca fernarrà.

 

Comme a surdate ‘int’a’ nu refettorio

stenneno ‘a mano a’ nu piattello ‘e zuppa,

so’ comme a frate dint’a st’uratorio

e ce s’aiuta int’a’ necessità.

 

So tanta storie ‘e vita, cunzumate,

ognuno ‘e lloro n’esistenza a ‘e spalle,

tanta mumente ca po’ so sfumate

comm’a’ nu sciuscio ‘e viento int’all’està.

 

Scampule ‘e vita trascinata a stiente,

portano ‘a croce d’ ‘a rassegnazione;

estate e vierno passèno ‘int’a niente,

frantumano ‘e ghiurnate… e ‘o tiempo va.

 

E accussi passa ‘o tiempo, tutte ‘nzieme,

tra na serenga e ‘a posta ‘e nu rosario,

nu juorno va e n’auto juorne vene

e ce s’arrobba n’attimo all’età.

 

Se contano ‘e ricorde maje scurdate

tiempo passato dint’a’ ‘na famiglia

addò feice te rendeva ‘a vita

e mò vuo’ ‘na resata, ma addò sta?

 

S’aspetta ‘o juorno ‘e festa si quaccuno

pe’ scrupelo ricorda ca si vivo

e riesto male quanno po’ nisciuno

nemmeno ‘na carezza vene a da’.

 

TRADUZIONE

 

L’OSPIZIO

 

Un casermone tetro e senza sole,

brutto, scagnato e mezzo scalcinato

dove poveri vecchi, sempre soli,

passano la vita e il resto del campare.

 

Stanno buttati in mezzo a quattro mura,

faccine di cera e mani rinsecchite,

cibati come fossero creature,

vestiti di pezze di tanto tempo fa.

 

Anziani messi dentro a letti sfatti

o in mezzo a un giardino a prendere il sole,

un solo pensiero nella testa sbatte:

questa vita ma quant’è che finirà?

 

Come a soldati dentro a un refettorio

Stendono la mano ad un piatto di zuppa,

sono come fratelli dentro quest’oratorio

e s’aiutano nella necessità.

 

Sono tante storie di vita, consumate,

ognuno di loro un’esistenza alle spalle,

tanti momenti che poi sono sfumati

come un soffio di vento di un’estate.

 

Scampoli di vita trascinata a stento,

portano la croce della rassegnazione;

estate e inverno passano in un niente,

frantumano le giornate,,, e il tempo va.

 

E così passano il tempo, tutti insieme,

tra una siringa e una posta di rosario,

un giorno va ed un altro viene

e ce si roba un attimo all’età.

 

Si contano i ricordi mai dimenticati,

tempo passato insieme alla famiglia

dove felice ti rideva la vita

e adesso vuoi una risata, ma dove sta?

S’aspetta il giorno di festa si qualcuno

per scrupolo ricorda che sei vivo

e resti male quando poi nessuno

nemmeno una carezza viene a dare.

 

Enrico Del Gaudio (Castellammare Di Stabia -NA -) 1° POSTO

 

MOTIVAZIONE

 

Parole di profondo dolore e di rabbia nel brano poetico ‘O spizio’ di Enrico del gaudio, oggi Casa di riposo, luogo in cui sono ricoverate persone anziane, bisognose di assistenza. Tutto questo, però, non ci impedisce di ritenere l’opera del nostro Poeta una vera, autentica poesia, attenta e d’intenso valore pedagogico; una esposizione ben articolata, sincera e ricca di essenzialità concettuale.

Una poesia che si permette di essere la genesi della ricchezza dell’animo, dove traspaiono naturalezza, maturità e luminosità di espressione negli endecasillabi a rima alternata, che vengono fuori, grazie alla encomiabile sensibilità di un animo vivo e libero.

‘O spizio’ è un componimento di incantevoli versi ricchi di quella testimonianza poetica,

bisognosa di aprirsi, liberarsi verso lo stadio della spiritualizzazione.

‘’Nu casermone tetro e senza sole’’, dove ‘’comme a surdate ‘int’a ‘nu refettorio / stenneno ‘a mano a ‘nu piattello ‘e zuppa’, ‘portano ‘a croce d’ ‘a rassegnazione’’, S’aspetta ‘a juorno ‘e festa si quaccuno / pe’ scrupelo ricorda ca si vivo / e riesto male quanno po’ nisciuno /nemmeno ‘na carezza vene a da’ .Poesia dei desideri e della speranza, quella di Enrico Del Gaudio, elegante e versatile cantore della vita. Sicuramente appassionato e interessato al sapere nelle varie branche dello scibile umano, il Poeta scrive preziosi versi carichi di emozioni che vanno a costellare il proprio vissuto quotidiano con intensità e profondità di pensiero, colmo di veridicità, di schiettezza e sincerità. Tra i vari aedi, che abbiamo avuto la fortuna di analizzare e, oggi, di premiare per aver suscitato delizia all’animo della commissione giudicatrice, è da annoverarsi sicuramente il nostro Poeta

 

Prof. Francesco Mulè Presidente di Giuria

 

ER SORDATO REGAZZINO

 

Un’atra stragge de ‘sto ‘’Califfato’’

è stata fatta in Africa, de sera,

sortanto li pupetti t’ha sarvato

per falli diventà gente de guera.

 

Je mettono li panni da sordato…

Je impareno a sparà con un’arma vera…

Je fanno vede un omo torturato

pe faje diventà l’anima nera.

 

‘Sto monno nun cià più la dignità:

incatenato ar giogo der quatrino,

abbassa l’occhi invece de guardà.

 

Nisuno po’ sarvacce dar destino

de ritrovasse senza la pietà

si metti er mitra in mano a un regazzino.

 

TRADUZIONE

 

Un’altra strage del sedicente ’’Califfato’’ / è stata compiuta in Africa, di sera /sono stati risparmiati solamente i bambini / per farli diventare dei combattenti ./ Li vestono con abiti militari… / insegnano loro a sparare con un’arma vera…/ li costringono a vedere gente torturata / per abituarli all’orrore./ Questo mondo ha perso ogni dignità: / ormai schiavo del denaro e del potere, / permette che venga compiuta qualsiasi atrocità./ Nessuno potrà salvarci dal destino / di perdere anche il senso della pietà / se accettiamo di vedere un bambino costretto ad uccidere. /

 

Luciano Gentiletti (Roma) 2° POSTO

 

LU NONNU

 

Tutta la vita mia m’ànu cangiatu

sti ddò nneputi mei, sti picciccheddhi,

li uàrdo: cce su beddhi!

me sentu propriu tantu furtunatu.

 

Cu iddhi su ddentatu nnu vagnone

-quanti scechi intru casa a nterra stisu!-

e poi, quandu me ntisu,

quante partite a ddoi cu nu pallone.

 

Tutte ddhe macchinine, ddhi pupazzi,

li carrarmati cu lli soldatini,

tutti ddhi palloncini,

ca se ne scoppia unu tie me mbrazzi.

 

Ogne matina poi nna passeggiata

a lla villa, a lle giostre, a ll’altalena,

e sempre cu nna lena

quante cose faciamu a nna sciurnata.

 

Me ène tuttu a mente comu a nsonnu,

ogne giurnu cchiù beddhu, ogne momentu

iòu sempre cchiù cuntentu.

 

Li figghi mòi su randi, su scresciuti,

li tieni sempre a mpiettu, intru lu core,

nc’è postu pe ll’amore,

lu primu postu mòi e pe lli nneputi.

 

TRADUZIONE

 

Tutta la vita mi hanno cambiato

questi due nipoti miei, questi piccolini,

li guardo: che sono belli!

Mi sento proprio tanto fortunato

 

Con essi sono diventato un ragazzo

-quanti giochi dentro casa a terra steso!-

e poi, quando mi alzo,

quante partite a due con un pallone.

 

Tutte quelle macchinine, quei pupazzi,

i carrarmati con i soldatini,

tutti quei palloncini,

che se ne scoppia uno tu mi abbracci.

 

Ogni mattina poi una passeggiata

alla villa, alle giostre, all’altalena

e sempre con una lena

quante cose facevano in una giornata.

 

Mi viene tutto a mente come in sogno,

ogni giorno più bello, ogni momento

io sempre più contento,

che è la più bella cosa essere nonno.

 

I figli adesso sono grandi, sono cresciuti,

li tieni sempre in petto dentro al cuore,

c’è posto per l’amore,

il primo posto adesso è per i nipoti.

 

Antonio De leo (Lecce)  3°POSTO

 

QUAND’U JORNU FINISCI

 

‘Ntrà notti e ghjornu e prima mi’ scura

chi’ cal’ u suli a po’ ntà mmari sparisci

s’acquet’u mundu ‘nta ‘st’urtima ura

tuttu s’umbria, quand’u jornu finisci.

 

‘Na nuvulata si tingi di rrussu

‘u mari ‘’bbugghj comu mustu ‘nta butti

ddu’ zziti stannu a mussu cu’ mussu

riddi e cicali ora cantanu tutti.

 

Tramunt’u suli cu’ ll’urtimo rraggiu

dassa na’ scia d’ori fino squagghjatu

s’affaccia ‘a luna, si fici curaggiu

chi sta mmucciata quand’iddu sta jatu.

 

‘Sta vita puru, bbrisci e tramunta

unu, cent’anni, o nu’ jornu chi passa

chiddu chi resta e chiddu chi cunta

è nu’ ricordu chi ‘nto mundu si dassa.

 

‘A luna brilla, ‘nt’on celu bblé scuru

pari nu’ faru ‘nt on portu cunduci

‘nci mmustr’e navi nu’ locu sicuru

na’ terra ferma quandu ddumaa dda luci.

 

Si chiaru l’occhi, pur’eu viu na’ luci

na’ strata longa e nu’ celu cchiù azzurru

‘ntà ‘ddu silenziu po’ sentu na’ vuci

chi mi cunzola si cu’ idda discurru.

 

Sentu nu’ sonu chi ven’i ddà via

sunn’i campani chi dda’ Missa finiu

è chista l’ura di ‘’ll’Avimmaria:

chidda chi sentu, esti ìa vuci di Diu.

 

Ora dda vuci è sempri cu’ mmia

s’haiu na’ pena po’ nta nnenti mi passa

quandu caminu mi musthra na’ via

non m’abbanduna e mai cchiù sula mi dassa.

 

Com’o sirinu si japrunu ‘i sciiuri

e dd’acquazzina tutt’u mundu ‘nducisci

‘a vuc’ i Diu, chi parra d’amuri

‘spampan ‘u cori e ‘a notti finisci.

 

TRADUZIONE

 

Tra notte e giorno e prima che faccia buio

quando il sole tramonta e nel mare sparisce

si cheta il mondo in quest’ultima ora

tutto si oscura quando il giorno finisce.

 

Una nuvola si tinge di rosso

il mare bolle come mosto nella botte

due innamorati avvicinano le loro labbra

grilli e cicale ora cantano tutti insieme.

 

Tramonta il sole con l’ultimo raggio

Lascia una scia di oro fino liquefatto

si affaccia la luna, si è fatta coraggio

resta nascosta quando il sole è alto.

 

Anche la nostra vita, nasce e tramonta

uno, cento anni o un solo giorno che passi

quello che resta e quello che conta

è il ricordo di noi che nel mondo si lascia.

 

La luna brilla nel cielo blu scuro

sembra un faro che in porto conduce

che indica alle navi un logo sicuro

una terra ferma quando accende quella luce.

 

Se chiudo gli occhi, anch’io vedo una luce

una strada lunga ed un cielo più azzurro

in quel silenzio poi sento una voce

che mi consola se con lei io parlo.

 

Sento un suono che viene da lontano

sono le campane per una Messa che è finita:

è questa l’ora dell’Ave Maria:

quella che sento è la voce di Dio.

 

Ora quella voce sta sempre con me

se ho una pena poi presto mi passa

quando cammino mi mostra una via

non mi abbandona e mai più sola mi lascia.

 

Come la rugiada fa aprire i fiori

e quelle gocce addolciscono tutto il mondo

così la voce di Dio che parla d’amore

fa sbocciare il mio cuore e la notte finisce.

 

Serafina Foti (Reggio Calabria) 4° POSTO

 

MOTIVAZIONE

 

Nove quartine di versi a rima alternata compongono una lirica in cui prevalgono nette le sensazioni visive legate ai colori e alle luci.

Scaturiscono, dall’insieme creato dall’Autrice, immagini realistiche e allo stesso tempo ricche di sentimento.

Le ultime tre quartine si riferiscono a Dio e l’anima si rasserena, come se, in comunione con l’Altissimo, la Poetessa ritrovi se stessa nell’armonia e nella perfezione del creato.

 

Fulvia Marconi presidente Associazione Culturale Magnificat

 

LA BLÉZA DAL CREATOR

 

La Géneśi l’as diś: ‘’La Creaziòn

l’è stà al mumént dla nòstra lunga stòria

ch’l’à vist dla fòrma béla la vitòria

sòra l’nfòram ch’al n’à distinziòn’’.

Dòp Caos sénza vita, Luś e Piant

e po’ tut j’Animài, al Ziél, ill Stèll,

po’ Om e Dòna. ‘’L’è tut bòn st’al quèl!’’:

pr’al Creatòr, na bléza entuśiaśmànt.

 

Papa Francesco con ‘’Laudato si’’’

l’as diś d’avér rispèt e avéran cura

d’sta Creaziòn, che a ciamén ‘’natùra’’,

ch’l’è l’Òpra dal Signòr da custdì.

Al Sant Franzésch l’insegnàva la virtù

-quand al lasàva un pez dl’òrt dal cunvént

libar da la man dl’òman. Dl’intervént-

perché dai so fradéll fus arcgnusu

e cuntemplàda, acsi, la véra esénza

-in cla vegetaziòn salvàdga e gréza-

d’cl’oroginària e splendida so bléza

che dal Creator la sgnàva la preśénza.

 

L’Enciclica ‘’Laudato si’’ l’as diś

che la bléza dal creato un dó

che nisùn òm al mónd l’è al so padrón,

mó d’èsar per tuti un paradiś:

si, ‘’meno ricca e bella’’ l’è sta tèra’’

s’la dvénta un privilégio par qualcdùn,

fónt dla speculazión e dal cunsùm,

teatar d’òdi, d’ingiustizia, d’guèra.

E dóv al Scrit dal Papa l’è più inténs

l’è in cal fort arciàm dl’aspét sociàl

d’na bléza dla natùra universal

indóv l’ecologia l’àva un séns.

Un séns al nòstr’impégno par l’Ambiént

in grado d’ascultàr al zig ch’al vién

da inquinamént di gl’àque e di terén,

mó anc d’la póvra źént ch’la campa d’stént.

 

TRADUZIONE

 

La Genesi ci dice: ‘’la creazione

è stato il momento della nostra lunga storia

che ha visto la vittoria della Forma Bella

sull’informe indistinto.

Dopo il Caos senza vita, (ecco) la Luce e le Piante

e poi tutti gli Animali, il Cielo, le Stelle,

poi l’Uomo e la Donna. ‘’Questa cosa è assai buona!’’:

per il Creatore, una bellezza entusiasmante. (1)

 

Papa Francesco con ‘’Laudato si’’’ (2)

l’as dis di avere rispetto e averne cura

di questa creazione, che chiamiamo ‘’natura’’,

che è l’Opera del Signore da custodire.

San Francesco insegnava la virtù

-quando lasciava una parte dell’orto del convento

libera dall’intervento della mano dell’uomo-

affinché dai suoi fratelli fosse riconosciuta

e contemplata, così, la vera essenza

-in quella vegetazione selvaggia e primitiva-

di quella originaria e splendida bellezza

che manifestavas la presenza del creatore.

 

L’Enciclica ‘’Laudato si’’ ci dice

che la bellezza del creato è un dono

di cui nessun uomo al mondo è il padrone,

ma che deve essere per tutti un paradiso:

si ‘’meno ricca e bella’’ è questa terra (3)

se diventa un privilegio per qualcuno,

(se diventa) fonte di speculazione e di consumismo,

(se diventa) teatro d’odio, di ingiustizia, di guerra.

E dove lo Scritto del Papa è più intenso

è in quel forte richiamo all’aspetto sociale

di una bellezza universale della natura

dove l’ecologia abbia un senso. (4)

Un senso al nostro impegno per l’Ambiante

In grado di ascoltare il grido che proviene

Dall’inquinamento delle acque e dei terreni,

ma pure (quello che viene) dalla povera gente che vive di stenti. (5)

 

(1)     ’Dopo la Creazione dell’uomo e della donna, Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona’’ – Genesi 1,31

(2)     Lettera Enciclica Laudato si’ del Santo padre Francessco sulla curas della Casa Comune.

(3)     ‘’Ma osservando il mondo notiamo che questo livello di intervento umano, spesso al servizio della finanza e del consumismo, in r ealtà fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella… (LS. N.34)

(4)     ‘’Ma oggi non possiamo fare a meno di riconsocere che un vero approccio ecologico diventi sempre un approccio sociale ‘’ (LS n.49)

(5)     ‘’… che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri (LSn.49

 

BRUNO ZANNONI (FE) 5° POSTO

 

 

MOTIVAZIONE

Lirica in dialetto ferrarese, molto precisa e puntuale nella formulazione linguistica vernacolare. Ritmo ben calibrato e musicale, anche grazie all’uso della rima incrociata ABBA CDDC ecc.

Il Poeta rende omaggio alla Bellezza del Creatore e delle Sue creature, attraverso riferimenti cristiani e in particolare al messaggio francescano dell’armonia e della fratellanza tra Uomo e Natura.

È una composizione in cui è contenuto l’Amore verso la nostra Terra, Grande Opera da custodire e che fa riferimento all’Enciclica ‘’Laudato sì’’ di Papa Francesco in cui si parla di importanti punti di valenza universale quali la tutela  sociale e dell’ambiente della nostra Terra, fonte di vita da salvaguardare per la pace delle sue creature.

Molto discorsivo e diretto il linguaggio, volto a stimolare in modo incisivo l’uomo ad una attività più rispettosa dell’Opera del Creatore e dei Suoi doni.

 

Dott.ssa Valeria Di felice