FULVIA MARCONI (Poesie)



Primo posto al ''Premio Vitruvio''.
Cerimonia premiativa tenutasi il giorno 3.5.17 in Lecce presso l'Aula Magna dell'I.T. ''Grazia Deledda'' sita  in Piazza Palio.



Primo posto alla Misericordia di Firenze Progetto ''SACRAVITA'' (per dare dignità, tetto e futuro ai bambini ultimi nel mondo).
Cerimonia premiativa avvenuta in Firenze il 20.5.17 presso la Residenza ''Il Bobolino'' via Dante da Castiglione 13.




Primo posto alla V° edizione del Premio Letterario Nazionale ''San Lorenzo''. Cerimonia di premiazione avvenuta il 21.5.17 alle ore 9,30 presso il Cinema Grotta sala n. 1 via Gramsci 387 di Sesto Fiorentino.




L'importante riconoscimento mi è stato attribuito in Legnano il giorno 10.6.17 nel prestigioso Palazzo Leone da Perego - Sala delle Conferenze - in via Gilardelli 10.
Ancora un sentitissimo ringraziamento all'Associazione Cristoforetti per tanto onore riservato alla mia persona e ai miei versi.


MOTIVAZIONE ALLA POESIA ‘’Il volo di una rondine ferita’’
(di Fulvia Marconi)

Nell’armonia perfetta del creato, tutto è equilibrio e tutto si muove in perenne divenire in un turbinio di eventi, ove par che un’intelligenza superiore e spirituale, guidi tacitamente il fasto di uomini e cose.
Nel libro del destino è già tutto scritto e sta all’uomo interpretare gli oscuri segni e presagi della vita intrisa del mistero universale.
L’animo dell’autrice è a tratti turbato dall’inquietudine vista come un’ombra scura che si impossessa dei suoi giorni e a cui soggiace… e pesate fardello è l’esistenza, ma l’impeto del vivere è più grande, un’indomita energia interiore che diverrà poi, attraverso la forza dei ricordi, linfa vitale per affrontare un futuro ancora nuovo.
In questa poesia intrisa di pascoliana memoria ove lo spirito vivifico della natura dà vita alla realtà impregnandola di sé.
Sarà come seminare tra zolle concimate dall’intensità delle esperienze, semi di speranze atte a sanare l’animo. Così la rondine ferita, che rappresenta il viaggio e la libertà ed è simbolo dell’eterno ritorno non morrà, ma potrà riprendere il volo della vita.
(Gabriella Manzini – Coordinatrice Artistica Premio Internazionale di Poesia ‘’Adriano Fornaciari – Città di Vignola’’)



CANTA, O BELLA MADRE
(La nenia di una mamma al suo bambino)


In quella notte tersa di Natale
anche i copiosi fiocchi della neve
sembravano carezze in seno al cielo,
atte a sfiorare l’uomo e il mondo intero.
Pure il silenzio s’era  fatto strano
nel percepir profumo dell’amore,
e il vecchio gufo, appollaiato al ramo,
taceva nel rispetto dell’ attesa.
Ed ecco,nella grotta, proprio in fondo,
levarsi un canto senza mai  l’eguale,
le note d’una nenia raccontavano
l’amore d’una Mamma pel Suo Bimbo.
Cantava bella Madre di quel canto
che sa di cielo e di sorrisi in boccio,
mentre appariva in  cielo qualche stella,
la luce…  pentagramma delle note.
Brillava, dolce viso, nel chiarore
e neve si scioglieva a quell’udire,
di rosso colorava le sue bacche
tra l’irte siepi, l’ispido agrifoglio.
Cantava bella Madre la canzone
che l’eco poi spargeva per la  valle,
la pecora fermava il suo cammino
e l’acqua si scordava il defluire.
Le stelle s’accostavano pian piano
a incorniciare quei capelli belli,
la prima e più lucente si staccava,
posandosi poi lesta a ornarLe  il piede.
Cantava bella Madre  a mani giunte
e quel Suo canto rallegrava il cielo,
un sussurrare ch’ancor oggi s’ode
e inginocchiare fa sorella luna.
Canta e l’incanto dammi al divenire
dell’ultimo momento d’esistenza,
poter vedere Te, Madre in mia attesa,
che, sorridente, culli il mio patire.

…Tu, canta, o bella Madre, il viver mio.


                                






MOTIVAZIONE ALLA LIRICA ''SUSA, LA PAZZA'' (2° posto)
(di Fulvia Marconi)

Susa non è una donna di carta: è una donna delle tante creature che popolano la terra degli ultimi e che attraversano la vita ''a capo chino'', spaventati dal ''sepolcro della realtà'' che inghiotte impietoso ogni diversità. I ''regali'' avvelenati che le fanno ''uomini adulti e forse anche ragazzi'' le portano un figlio, un figlio che ''alla ragazza sembrava un bambolotto'' ma che qualcuno le strappa il giorno in cui ''vennero con l'auto e le sirene''. La musicalità accattivante dei versi non fa evaporare - anzi, sottolinea per contrasto - l'angoscia che percorre il racconto della vicenda di Susa, la pazza: dal suo sopravvivere apparentemente indenne alla separazione dal figlio, al ridere alle ''moine/ durate solo il tempo del baleno'' che nuovamente regalano a lei che ''non ha nulla'' una parvenza di felicità fino a che non imbocca una delle tante strade del ''paradiso'' dal quale la richiama, per consegnarla alla compassione di chi legge, la grazia sapiente dei versi di Fulvia Marconi.

La Commissione Esaminatrice della 2° edizione del Concorso Nazionale di Poesia ''San Martino'' di San martino in Campo (PG).

                                        




NEL GRETO DEL FIUME 

Nel greto del fiume ora scorre la vita

e il vento che geme mi fa compagnia.

Le fronde d’abeti son arpe e liuti,

oscillano i gigli con grazia e avvenenza.

In questo tramonto v'é ancor più gradita

la luna che, appena, s’affaccia e s’accuccia

nascosta tra cirri d’organze e velluti

obliando nel falso l’incerta coscienza.

Coscienza che svende a un soldino soltanto

l’eterna sapienza ad un solo rimpianto.

(F.M.)
                                     




STANCHE ASCESE
di Fulvia Marconi
3° posto al Concorso di UN MONDO DI POESIA


Il titolo della poesia condensa lo stato d'animo del poeta - qui una poetessa - che assiste con malinconia allo scorrere della vita, Realtà interiore e mondo esterno si intrecciano per connotare una esistenza ormai priva di slanci e vuota di colori. Il malessere esistenziale è ravvisabile nella scelta di immagini stridenti, inquietanti, a volte cupe e nella adozione di un linguaggio ricercato e complesso rivelatore sì di padronanza stilistica ma anche di profondità di sentimenti

La Commissione Giudicatrice


                                    



''Un cesto di more e di fiori'' poesia prima classificata nella sezione Poesia in Lingua Italiana al Premio Nazionale ''Amici di Tuoro'' di Roccabascerana (AV). Un sentitissimo ringraziamento all'Organizzazione e alla Commissione Esaminatrice per l'importante conferimento attribuito alla mia lirica. (Fulvia Marconi)

                          



Concorso Internazionale di Poesia e Narrativa ‘’Le Grazie, Porto Venere la Baia dell’Arte’’ IV° edizione.
Un ringraziamento alla Commissione Esaminatrice per aver assegnato alla mia lirica il primo posto nella sezione Poesia Inedita e un caro saluto alla Prof.ssa Rina Gambini.

 
Nella foto il Mastro Alessandro Quasimodo, figlio del Premio Nobel Salvatore, firma due libri: ‘’Il fuoco tra le dita’’ (Abramo) e, l’altro, ‘’ Lontana da gesti inutili’’ (Aletti Editore) che, con tutto l’amore del mondo, ha dedicato alla madre la Danzatrice e Poetessa Maria Cumani.
Due volumi che raccolgono i versi e i pensieri di una donna fonte di un patrimonio inesauribile d’amore e d’abnegazione verso la famiglia e l’Arte.
                         



Primo premio alla Poesia ''Il rosso dei papaveri al tramonto''

Concorso Internazionale di Poesia e Narrativa ''Le Grazie, Porto Venere la Baia dell'Arte'' IV edizione 2016


MOTIVAZIONE


Una lirica colma di note armoniose che spaziano dalle suggestioni della natura, con i suoi colori e i suoi profumi, alle emozioni delle reminiscenze mitologiche care alla migliore poesia classicistica.
Un idillio improntato sul verso libero di matrice leopardiana, vivido di ritmi e melodie tutte personali, che la poetessa Fulvia Marconi sa porgere con grazia e con assoluta padronanza della struttura poetica e linguistica.

Il Presidente di Giuria Prof.ssa Rina Gambini

                         






24.9.2016
Primo Posto Assoluto alla XXXI° edizione del Premio Letterario Nazionale ''Histonium''.
Cerimonia svoltasi in Vasto (CH) presso l'Aula Magna del Liceo Scientifico Mattioli.
Nella foto con la sottoscritta il Prof. Luigi Alfiero Medea


                    



XXVII° Edizione Premio Letterario Internazionale ''Histonium'' 
Il momento della consegna del 3° premio.
Ancora un ringraziamento alla Commissione Esaminatrice.

                           
                                       


    Premio Histonium 2014. Ancora un sentitissimo ringraziamento alla Commissione Esaminatrice per il secondo posto attribuito alla mia lirica. Nella foto la consegna del trofeo ''LA BAGNANTE'' simbolo della città di Vasto.

                             



Si è svolta ieri, 10 settembre, nella prestigiosa sala conferenze del Museo dello Splendore di Giulianova la cerimonia conclusiva del Premio Letterario Nazionale ''Città di Cologna Spiaggia'' VII° edizione.
Il pomeriggio si è svolto nella più completa armonia.
Ringrazio tutti i componenti della Commissione Esaminatrice, che, come me, hanno cercato di svolgere il loro compito nella maniera più trasparente e professionale.
Un particolare saluto alla Prof.ssa Irene Gallieni che, con la sobrietà che la contraddistingue, ha saputo  creare quella magica atmosfera ispirata soltanto dalla dall'arte poetica.
Nella foto, con la sottoscritta, la Prof. Gallieni.





Sospirare è confidare a se stesso le proprie emozioni.

(F.M.)



Le lacrime di una donna sono come il canto dell'usignolo... uniscono la terra al cielo.

(F.M.)
                      
                               


LA CLEMENZA
(Dedicata alle vittime dei terremoti)


Di colpo... il vuoto, il buio e la mia assenza.
Non più festante al brivido vitale
l'anima teme, scossa dal flagello,
nel rievocar quei gemiti dolenti.
La terra che avvizzisce e poi s'arrende,
dolore che l'oltraggia e poi la spegne.
E non v'è il tempo da donare al pianto:
solo un fragore e terra nei polmoni.
Arsa la bocca volta al cielo scuro,
per respirare un ricciolo di nube,
vuol mormorar nell'attimo fuggente
l'ultima prece di chi è ormai caduto.
Non fiori per ornare questa tomba,
ma schegge che ricusano salvezza.
Frammenti della vita d'ogni giorno
che occultano le membra mie smarrite.
Son chiusi gli occhi da silenzio e gelo,
non odo più la vita tutt'intorno.
Di colpo... il vuoto, il buio e la mia assenza;
pei miei peccati invoco la clemenza.

(F.M.)

                       




LA FINE DEL TEMPO D'ESTATE

La piccola foglia tremante
prepara il suo volo leggero
nel greto del fosso che invita
al sonno che, già, la pervade.
E' timida e trema sul ramo,
lei teme la sorte fatale,
s'aggrappa più forte e non molla
pensando ai bei giorni d'estate.
In quel bel ricordo si perde,
gioisce ed oscilla felice,
ripensa al cantar dei fringuelli
ed allo scrosciar del torrente.
Ma ecco che il vento s'accresce
e sempre più forte imperversa,
sorpresa, la piccola foglia
si stringe caparbia al suo ramo.
Poi, perfida, quella corrente
la strappa, stropiccia e sgualcisce,
la porta su in alto nel cielo
e poi di rimbalzo l'atterra.
Finisce vicino al roseto
la piccola foglia stupita,
s'adagia pian piano e si stira
cercando l'antica bellezza.
E sempre pian piano si placa,
prepara la linfa al riposo
sapendo che l'humus, domani,
darà nuova vita alle piante.
Un'ultima rosa, già vizza,
assiste al quadretto autunnale
e, mesta, si lascia cadere
cingendo la foglia alle spine.
La stretta commuove quel fiore
che avverte una nuova energia:
insieme sarà meno freddo
quel grigio intervallo di gelo.
La rosa già secca e una foglia:
la fine del tempo d'estate,
la fine del corso vitale
che abbranca, ghermisce e accartoccia.
Ma un dì tornerà primavera
guarnita di prati e di fiori
e con lo spuntar dei germogli
felice sarà quel roseto
di offrire i suoi bocci alle spose.

La foglia tremante e una rosa
rinate in un gesto d'amore.

(F.M.)


                     



FIRENZE TROFEO COLLE ARMONIOSO
In primo piano il poeta Dalmazio Masini autore della canzone ''i giorni dell'arcobaleno''  che, cantata da Nicola Di Bari, vinse il Festival di Sanremo nel 1972.
Vadano a Dalmazio i più cari complimenti. 






6° CONCORSO NAZIONALE DI LETTERATURA ''CITTA' DI COLOGNA SPIAGGIA''
(Associazione Culturale IL FARO''



Cerimonia premiativa avvenuta il 30.8.2015.
In prima file parte dei giurati.
Con la sottoscritta la Poetessa Elisabetta Freddi e il Prof. Vittorio Verducci.


                                    
                                                                                                       


Passeggiare all’infinito
nell’eco dei tuoi pensieri
e ritrovarmi al centro della vita
per scoprire la semplicità
di una carezza che spacca il cuore.
(F.M.)
                         






Le parole non dette sono le sabbie mobili del rimpianto
(F.M.)




Fulvia Marconi
per la poesia “Sere d’agosto e lillà” (Menzione d'onore)
Il testo coglie ciò che passa, ciò che non ha più tempo, ciò che si pone al di
fuori del tempo stesso e lo trattiene. Il paese, gli amori e i patti non mantenuti costituiscono un vissuto incompiuto, un certo impercettibile mistero.
Gli amori mancati sono canti intonati in silenzio, sono siepi che intrigano i sogni, sono braci infossate nel gelo.
Ricordi come elementi di forza di un carattere che si compie nel tempo.
Nella febbre che invade la notte, il cammino prosegue caparbio nel buio e avanza deciso, mentre chiude la porta all’amore in sere d’agosto e lillà.


La Commissione Esaminatrice del Concorso di Poesia ''Verso i Versi) edizione 2014

                    





Evelina Cattermole in arte Contessa Lara, (1849/1896) uccisa dal proprio convivente.
Ancora un tragico esempio di femminicidio.

Commento alla lirica ''Amor d'incanto'' di Fulvia Marconi - 2° classificata alla 1° edizione del Premio Internazionale di Poesia ''Città di Campagna''

Le parole volano, uscendo magicamente dalla scatola del pensiero e si collocano nel posto esatto incastrandosi l'una all'altra con cadenza danzante. Componimento un po' retrò, ma non poteva essere altrimenti, essendosi la Poetessa ispirata alla talentuosa e tormentata Autrice dell'800, Contessa Lara.
Il Presidente di Commissione Gelsomino Iuorio

                                        
                                                           


Nella campagna… il sole
Sentieri ormai corrosi
dalla calura estiva
di una giornata antica
di luce arroventata.
I sassi ormai consunti,
di polvere imbiancati,
si perdono a distesa
nell’ovattata pace.
Orme di vecchie suole,
nell’incalzar di passi,
son viottoli di vita
legati a dei ricordi
che perdono la strada
con il fluir del tempo.
(F.M.)
                      






La felicità è una perla chiusa in uno scrigno: occorrono più di mille chiavi per poterla liberare.
(F.M.)
                     





CHIARA E FRANCESCO 
E stelle belle a luccicar negli occhi
e pari alle carezze i tuoi pensieri,
le trecce bionde scese sulle spalle
a incorniciare un viso di bambina.
Ed io,
nel ringraziare il ciel per tua bellezza,
con sguardi fieri esprimo il mio silenzio:
silenzio fatto dell’amore vero
per chi chiede purezza alla sua vita.
Respiro lievemente il tuo profumo
che mi ricorda glicini e giunchiglie;
anima tua in volo con la mia
vestite di coraggio e fedeltà.
Chiara, più chiara d’ogni luce chiara,
luce più luce di qualsiasi luce.
A piedi scalzi salgo pei declivi
e rovi e pruni piagano  le carni.
Sora colomba a te concede l’ali
per valicare l’occidente e il sole.
Tu, casta ancella di chi soffre e pena,
mite cerbiatto a pascolar nel cuore.
Oh, come sembra fresca la tua mano
devota amica e difensora in Cristo.
Chi dell’amore vive… amor raccoglie,
chi nella fede muore acquista il cielo.
Quando della mia fine verrà giorno
e quella stella a destra brillerà,
offri al Signore solo una preghiera,
Lui sorridendo, certo, capirà!

E quando  udrai, nella penombra, il canto
d’una colomba che s’involerà,
apri la finestrella e porgi il palmo,
lei, volteggiando… ci si poserà.
(F.M.)






UNIVERSITA' DEGLI STUDI MILANO-BICOCCA
via Piero e Alberto Pirelli 22 Edificio U6 Aula 4

XLIII Premio di Poesia ''MILANO-STREGHETTA''
Tema n. 5 - Attraverso le asperità, fino alle stelle -

SECONDO PREMIO CON LODE

''LA STELLA PIU' LONTANA''
di Fulvia Marconi

MOTIVAZIONE

Un componimento poetico, questo di Fulvia Marconi di Ancona dal titolo ''La stella più lontana'', il cui incipit ''E su, sempre più in alto,,,'' annuncia un testo fortemente fantasioso e coinvolgente.
In perfetti versi endecasillabi dal contenuto sempre vivo ed irrisolto, la lirica si snoda alternando riflessioni e metafore, dove la parola resta fortemente ambigua ''seguir la scia lasciata da Afrodite / e carezzare l'ali alle colombe''. Nulla possono i ''progetti assurdi'' che segnano il cammino e si rivelano effimera sostanza ''nascosta nella stella più lontana''.
 Prof.ssa Maria Ebe Argenti





PREMIO NAZIONALE DI ARTI LETTERARIE CITTA' DI TORINO
Motivazione alla lirica

''L'AUTUNNO, DELIRANTE, UCCIDE I FIORI''
(di Fulvia Marconi)

Un testo poetico vibrante, a tratti surreale, capace di sconfinare nell'onirico, ma decisamente comunicativo tramite le immagini, le visioni, gli affreschi che riesce a suscitare nelle nostre menti utilizzando un discorso poetico che non cade di tono, che ci avvolge e ci scalda come un fuoco scoppiettante in camino illuminato da bagliori rossastri. Ottimo esempio di come si possa fare della poesia facendo danzare la Natura insieme alle Muse!

Il Direttore del Premio Dott. Danilo Facchino
La Presidente Dott.ssa Raffaella Spada






IV CONCORSO DI POESIA E PROSA ''SANT'ALFONSO''
Cava de' Tirreni

Motivazione del premio per la poesia

RINASCE IL ROSETO
di Fulvia Marconi

Grazie alla musicalità delle espressioni, alle connessioni consonanti e assonanti, alle pregnanti e diffuse connotazioni, alla poeticità delle atmosfere, senza strutturare i versi in strofe  vincolanti, la Poetessa produce un canto intriso di cadenze liriche e ricco di quell'energia che nasce da una fede atavica, in crescendo fino al dolce ''miracolo'' del finale, che attraverso la rifioritura della rosa nella neve ispira una speranza profonda che colora la vita e si proietta nel divino mistero dell'eternità.
(La Commissione Giudicatrice)

                        






PREMIO LETTERARIO ''CITTA' DI PINEROLO''
XXIV EDIZIONE

Poesia: ''E nel pensiero mio ancor mi perdo''

MOTIVAZIONE

Un turbinio di sentimenti, sensazioni e sogni. A tratti la poetica è così genuina da assumere caratteristiche fanciullesche e la voce della poesia è così entusiasmante che l'Autrice sembra prendere per mano la sua voglia di vivere per andare incontro, con decisione, all'amore. Bellissima la lirica che dà il titolo alla raccolta. Versi solidi, linguaggio armonioso, candore e gusto per il bello.

La Commissione Esaminatrice



Premio Internazionale di Poesia ''Targa Marcocci''
Edizione 2014
1° classificato il volume
''AMORE CHE D'AMOR SI NUTRE E SAZIA''
di Fulvia Marconi

Motivazione della Giuria

I testi di questa raccolta, tracciati con impeccabile destrezza creativa, aprono ad una poesia che s'adagia sul foglio con leggerezza estrema e porta per leggiadra via, ma anche per quei sentieri di rimpianti e di malinconie sospesi tra sogno e realtà. E' un flusso di ritmi e di pensieri che conducono a paesaggi veri o fantastici, ove lo sguardo è attratto, per smarrirsi, a volte in conclusioni amare o di speranza, sempre soffuse dal delicato tocco di una penna esperta. Le varie sensazioni scorrono come flusso d'acqua pura; vanno e lasciano una pensosa traccia. Il colloquiale intendimento guida il verso e lo rende fortemente commemorativo.

La Giuria Associazione Antica via Superiore Pignone (SP)

                       




MOTIVAZIONE DELLA LIRICA
''UN LACRIMAR DI STELLE''
1° POSTO
AL CONCORSO INTERNAZIONALE DI POESIA E NARRATIVA
CRISTOFORETTI (2015)

La poesia alterna, sapientemente, osservazioni sia di ordine fisico, sia di ordine sentimentale e di questa alternanza si alimenta, creando una mediazione e una speranza sempre sul punto di rinnovarsi o spegnersi.
La volontà si aggrappa ai percorsi della memoria, mentre le riflessioni si allargano alla vita e al tempo che trascorre, con una visione dialettica dei contrasti e dei diversi elementi figurativi. Nel finale, l'ultima frontiera è il sonno sereno del bambino, metafora del sogno dell'esistenza che dal repentino risveglio si apre allo strappo trascendenza del reale.
Dott. Angelo Mocchetti
Il Direttore Cristoforetti Ing. Adriano Guaiumi
Presidente e Responsabile del Premio Rosy Gallace

                            
                                                 



MOTIVAZIONE DELLA LIRICA
''ERA VESTITO D'ORO''
(dedicata a tutti gli emigranti)
1° classificata al Premio Santa Teresa
XXI° edizione - Rosignano Solvay (LI)

Prendendo spunto da una vicenda che pare averla toccata da vicino Fulvia Marconi costruisce una sorta di ballata che, mentre parla della partenza del proprio conoscente, sottende una viva partecipazione umana per lo strazio di tutti coloro che, in ogni tempo e per cause varie, hanno dovuto subire il dramma della migrazione dicendo addio alla loro terra, ai loro ricordi, ai loro affetti.
Un fenomeno che nei nostri tempi si è riattualizzato in forme quanto mai drammatiche.
E' una bellissima lirica in cui la Poetessa esplicita i sentimenti più profondi per mezzo di immagini vivide e di grande suggestione, ma che non scadono mai nella banalità del patetismo.
Versi come ''tu, rovo di una terra amara e dura, / io, fiore delle tue pungenti spine'' sono davvero notevoli.
Presidente di Giuria Dott. Antonio Bitti






Che la notte scompaia
al tuo chiuder le ciglia
e al suo posto si mostri
dei tuoi sogni...l'INCANTO!

(F.M.)

                          
                                              



Presidente di Commissione Esaminatrice della XIV° edizione del Premio Letterario Internazionale ''G. Natta'' di Vallecrosia (IM). Con la sottoscritta, nella foto, il sindaco Dott. Armando Biasi


                        




SEDOTTA DAL CHIARORE DELLA LUNA 
Cielo d’oro e d’alabastro tutto intorno,
sono lucciole le stelle nella sera
nel vagar d’un abbandono, forse ignaro,
d’incantesimi nel mare della notte.
Quel profilo d’una luna che m’incanta
mi conduce per la mano dentro il sogno.
I pensieri, ormai scheggiati dal chiarore,
sono vita, sono morte… son misteri.
E nell’angolo più buio della volta
si rifugiano gli amori ormai scordati,
sono ciechi e più non pulsano frementi
di sospiri conficcati dentro il cuore.
Una luna ch’è soltanto l’apparenza,
che svanisce e ricompare e forse trema,
poi singhiozza, rotolando quando è piena,
commuovendosi nel buio incontrastato.
M’abbandono a quel silenzio che pervade
goccia a goccia  i mille veli dell'oscuro.
Tu Selène, tu speranza, tu fortuna
… io sedotta dal chiarore della luna.
(F.M.)
                                                                     




Con la sottoscritta la Signora Barbara Carniti, figlia della Poetessa Alda Merini





Un momento della cerimonia premiativa svoltasi il giorno 19.6.2016 a Legnano, inerente al Concorso Internazionale di poesia ''Cristoforetti'' 2° edizione, dove l'opera ''Primavera'' si è classificata al 1° posto nella sezione dedicata alla natura.



Concorso Internazionale di Poesia e Narrativa
CRISTOFORETTI
2° edizione 
1° Classificata
FULVIA MARCONI
Sezione A) Poesia a tema: ‘’Natura, Ambiente’’
Per l’opera ‘’Primavera’’ 
MOTIVAZIONE 
Notevole capacità nell’espressione poetica di visioni e sensazioni nella dolce atmosfera di un risveglio nella verde stagione. Agile composizione arricchita di colmo significato, dal cuore della natura. Protagonista: è una violetta, nell’ampia voglia di ergersi pur nel tremolante soffio di una leggera brezza, alla conquista di attimi nel peso del tempo. Sorprendentemente prezioso il silente messaggio con un tenero fiore, che si dilata splendente in un cromatico percorso di vita. 
Giuria del Concorso
Prof. Giancarlo Milani
Legnano, 19 Giugno 2016




IL BACIO:
- Un eterno attimo d'amore e l'eternità di un attimo -
(F.M.)





Un momento relativo alla cerimonia di premiazione ''Concorso Letterario Città di Bellizzi'' V° edizione dove all'opera ''Le insidie della luna'' viene attribuito il ''Trofeo Minerva''.

                        
                                        


PENSERO

I poeti non abbassano lo sguardo, ma guardano negli occhi l'irraggiungibile.
(F.M.)

                        


PENSIERO

La pioggia bacia il mare con tumide labbra liquide e, lascivamente, s'abbandona al corposo impeto della spumosa onda.
(F.M.)


                        


NOTA DI CRITICA ALLA POESIA
''IL ROSSO DEI PAPAVERI AL TRAMONTO''
di Fulvia Marconi
 " Nella magia di una natura incontaminata e innocente, marcata dalla tenace persistenza di agresti e paniche fragranze, si snoda un tempo sospeso tra il “fruscio del vento” e il “sorriso della luna”, tra l’ombra e la luce (il tramonto come metafora della vita che si consuma?...); ma anche un tempo che declina memoria, rimpianto, desiderio, e che non solo evoca le sognanti atmosfere della nostra giovinezza, ma convoca anche le allusive figure del mito, con tutto il loro carico di sentimento e di passione:  i “pensieri inconfessati / nascosti nello scudo del dio Marte / e tra i lunghi capelli di Afrodite”; figure certo portatrici, ognuna, di stili, tendenze, progetti di vita (e di visioni del mondo: mistero - pace - inquietudine -  amore - ricerca) diversi e, spesso, contrapposti. E’, questa, poesia della memoria; ma è anche, insieme, poesia del qui ed ora, incerta se privilegiare quel tempo della vita che Leopardi ha cantato come la nostra “età più bella”, oppure l’irripetibile attimo fuggente, icasticamente incarnato dal “rosso dei papaveri”, cantato da Lorenzo: “Chi vuol esser lieto, sia”…
(Prof. Umberto Vicaretti)







INTERVISTA A FULVIA MARCONI
(di Lorenzo Spurio) 


LS: In che modo ha scoperto che aveva bisogno di mettere sulla carta i suoi pensieri e le sue emozioni, cioè quando è nata la sua prima poesia? La pubblicazione dei suoi primi testi avvenne in concomitanza alla loro scrittura oppure ci fu un tempo di sedimentazione e pausa prima che decise di renderli pubblici?

FM:Sin dall’infanzia, magicamente attratta dalla poesia. All’età di 15 anni, forte del benestare paterno, sostengo e supero l’esame alla Soc. S.I.A.E. onde ottenere la qualifica di autore di parte letteraria per testi  riguardanti canzoni di musica leggera. Naturalmente, essendo molto giovane, prediligevo scrivere testi dedicati ai bambini che il Maestro Quinto Curzi, di Ancona, divertito, musicava. Sono stati incisi 2 dischi che ottengono discreti risultati nei vari concorsi musicali. Crescendo mi sono allontanata sia dalla musica che dallo scrivere, il lavoro occupava gran parte del mio tempo, fino a sei anni or sono, quando, casualmente, provo nuovamente a dialogare con un foglio, ed è proprio così  che comincio a percorrere la tortuosa strada della poesia. La prima lirica scritta : ‘’Canta o bella Madre’’, dedicata alla Madonna viene subito pubblicata nella rivista dell’Associazione Cattolica e Culturale ‘’Maria Bolognesi’’ di Rovigo con la motivazione: - Incantevoli versi che avvolgono il lettore tanto da sembrar di udire il canto della Madre’’.


LS: Lei figura quale membro di giuria in vari concorsi letterari nazionali e internazionali. Qual è la sua opinione sull’importanza del premio letterario nella carriera dello scrittore? I grandi scrittori debbono “per forza” passare attraverso quale premio per ricevere visibilità e attenzione da un più ampio pubblico?

FM: Il premio letterario è soltanto un trampolino di lancio, è il modo più rapido per far parlare di sé, ma illustrissimi esponenti del mondo della letteratura non hanno mai partecipato a premi, ciò non toglie che, comunque, ritengo interessante il confrontarsi con altre penne: è uno stimolo a fare sempre meglio e sempre di più, inoltre è un piacevolissimo modo per socializzare.


LS: In America e in Inghilterra le riviste letterarie vengono tenute da sempre in maggior conto rispetto ai paesi mediterranei e per l’ampia caratura di redattori e perché veicolo di una critica seria di nuove pubblicazioni tanto che spesso quelli che sono diventati grandi scrittori tradotti in tutto il mondo sono passati tramite la pubblicazione di pezzi giovanili su alcune riviste mondiali. Perché ciò in Italia in via generale non avviene e perché si continua a vedere la rivista di letteratura come qualcosa di troppo ostico e forse accademico quando, invece, è essa stesso mezzo primario del fare letteratura?

FM: Come precedentemente asserito ho iniziato il percorso poetico proprio pubblicando in una rivista cattolico/culturale, quindi, ritengo la pubblicazione dei testi in antologie o riviste altrettanto importante come la partecipazione ai concorsi letterari. Viviamo in un mondo nel quale la pubblicità dice sempre l’ultima parola.


LS: Sebbene Leonardo Sciascia (1921-1989) sia principalmente noto per la sua intensa attività narrativa e saggistica, per la prosa, scrisse anche delle poesie. Alcune di esse, che sottolineano il suo attaccamento per la terra d’origine e ne concretizzano alcune tipicità tradizionali, sono contenute in La Sicilia, il suo cuore (1952). Le propongo per un commento la poesia “I morti”[1] in cui il poeta descrive come avviene in terra di Sicilia e ai suoi tempi il rito del funerale:


I morti vanno dentro il nero carro

incrostato di funebre oro, col passo

lento dei cavalli: e spesso

per loro suona la banda.

Al passaggio, le donne si precipitano

a chiudere le finestre di casa,

le botteghe si chiudono: appena uno spiraglio

per guardare al dolore dei parenti,

al numero degli amici che è dietro,

alla classe del carro, alle corone.

Così vanno via i morti, al mio paese;

finestre e porte chiuse, ad implorarli

di passar oltre, di dimenticare

le donne affaccendate nelle case,

il bottegaio che pesa e ruba,

il bambino che gioca ed odia,

gli occhi vivi che brulicano

dietro l’inganno delle imposte chiuse.


FM: Versi che assumono l’aspetto di una spontanea testimonianza e di un preciso modo di interpretare le immagini circa gli usi e le emozioni scaturite dalla terra di Sicilia.
Descrizioni accurate che si annodano e si incastrano con la partecipata sofferenza di chi ricerca, attraverso i vari eventi, di risvegliare sensazioni e dimostrare la partecipazione e l’attaccamento alle tradizioni.
‘’Finestre e porte chiuse, ad implorarli / di passare oltre, di dimenticare’’ Versi accorati e spietati, malinconici e sensibilmente reali che  impediscono ogni anelito di speranza. Presa di coscienza di un evento sofferto per il quale non esiste via d’uscita. Tutto continua anche quando la morte stende la propria ombra e , quelle imposte chiuse, rappresentano l’ipocrisia  di un dolore solo parzialmente condiviso.
La morte, come la vita è l’eterno gioco che circuisce e, subdolamente, inganna. 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta alcune liriche di validi poeti contemporanei viventi, ampiamente riconosciuti dalla comunità letteraria e dalla critica per richiedere un proprio commento-interpretazione. La prima poesia che Le propongo è “Sipario”[2] di Mia Lecomte[3], poetessa, e scrittrice che per la saggistica si è molto occupata di “letteratura migrante”.


Mi scrivi che laggiù ritrovi le luminarie


al mare quest’autunno

l’ho visto io stessa

trascinavano sassi sulla spiaggia

dentro a una sporta bucata


fuori vanno morendo le palme

una ad una a destra

dal marciapiede in fondo

sull’altro lato a sinistra

come se fossero vive

siamo in pochi ad accorgercene

in una loro idea di realtà

si fermano


e muore il sacchetto nella teiera

lo spago morsicato dal gatto

carta straccia nello zaino di scuola

il cappotto destinato al suo gancio


per solidarietà di cose

apparente


Uno stile prosastico di scrittura molto in voga tra gli autori contemporanei.

Versi inquieti, dove i fantasmi del dolore e della rassegnazione giocano il ruolo fondamentale.

Immaginifiche metafore si condensano in sensazioni sempre più incalzanti. 

FA:

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia dall’impronta speranzosa e profetica della poetessa Michela Zanarella[4]  intitolata “Fango e radici”[5], di stile e contenuto molto diverso dalla precedente e sulla quale sono a chiederLe un suo commento:


Affoghiamo le nostre miserie

con le lacrime.

Siamo spiriti di un secolo

che divora le memorie.

Giochiamo con il destino

come fosse una palla

da infilare nella rete.

Cerchiamo il giudizio

di Dio,

la Sua voce affascinante

per una rivelazione

di vita eterna.

L'amore è la pioggia

che non aspettiamo.

Accettiamo il dolore

e ci completiamo

col sollievo di altri.

Ci vediamo acque

di mari diversi,

figli di burrasca.

Ci incontriamo

nel petto della stessa terra,

fango e radici

per un nuovo germoglio.


FM: L’arte è il ‘’parlare’’ delle sensazioni e, anche in questa lirica si dipana un percorso costellato di sofferenza. Il tracciato esistenziale pieno e la difficoltà dell’umano vivere sono rese con caparbia efficacia. Sentimenti espletati nella loro interezza mettono in primo piano lo stile intimistico dello scritto. Il verso finale lascia trapelare un raggio di speranza ad illuminare l’ultima possibilità all’uomo di conoscere e (ri)conoscere sé stesso.  

LS: Nel secondo ‘900 i filoni della poesia italiana sono diversissimi: ci sono i continuatori di una poesia dall’impianto classico, con riferimenti alla mitologia e una particolare attenzione alla metrica, c’è chi, invece, fece suoi i dettami della poetica asciutta dell’ermetismo e chi, invece, abbraccia le avanguardie con la loro rottura di schemi e di formalismi per dedicarsi a manifestazioni singolari ed originali. Oggigiorno è quanto mai difficile, se non addirittura impossibile, cercare di dare una mappa concettuale dei vari modi di far poesia anche perché le varie sensibilità si mescolano spesso tra di loro. C’è una tendenza, però, che vede nella poesia minimalista caratterizzata dall’asciuttezza del verso, dall’abolizione della punteggiatura e dal linguaggio altamente analogico ed evocativo che sembrerebbe oggi molto diffusa. Che cosa ne pensa di questa maniera di “far poesia”?

FM:

Strana domanda, a me che scrivo prevalentemente in endecasillabi…

E’ proprio dopo l’anno mille che il ‘’volgare’’, da dialetto parlato dai ceti popolari, viene innalzato a lingua letteraria dando origine alla nuova forma di poesia metrica. Possiamo ricordare in questo periodo Dante Alighieri e il Dolce Stil Novo, oltre a Cavalcanti e Guinizelli.

Ogni periodo è caratterizzato da una corrente letteraria determinata prevalentemente da pensiero sociale, politico e anche filosofico dell’uomo;  abbiamo infatti il Decadentismo, il Simbolismo, l’Ermetismo, Futurismo etc,  fino ad arrivare agli anni 30/40 con Ungaretti e all’Ermetismo. Per quanto mi riguarda apprezzo ogni stile perché, prevalentemente la poesia è emozione e non vi è un’unica strada per arrivare al cuore. Benvenga anche l’abolizione della punteggiatura purché lo scritto non abbia a soffrirne e non sarà certamente la lunghezza di un testo a determinare la sua validità. La poesia è la suggestione del pensiero, quindi, sono aperta ad ogni stile poetico pur di lasciarmi ‘’suggestionare’’. 


LS: Che cosa ne pensa degli adattamenti cinematografici di romanzi più o meno noti? E’ un buon modo per rivitalizzare la letteratura? Ce ne è qualcuno che per la sua fedeltà al testo si sente di consigliare in modo particolare?

FM: Attualmente sto leggendo ‘’Inferno’’ di Dan Brown edito da Mondadori, ma confesso la mia delusione almeno per il momento, prima di esprimere un giudizio definitivo, però, dovrò aspettare il termine della lettura. Ho trovato più interessante ‘’Il cimitero di Praga’’ di Umberto Eco. L’autore ha impiegato ben cinque anni di ricerche varie prima di terminare la scrittura del libro, quasi tutti i protagonisti sono realmente esistiti e le loro dichiarazioni documentate.


LS: Lei che ha pubblicato molte opere nel corso della sua ampia carriera, quale è il suo commento personale sul mondo dell’editoria italiana che, come sappiamo è fatta da pochi grandi e inarrivabili marchi e moltissimi editori di media-piccola dimensione?

FAM Non posso fare di tutta un’erba un fascio, sono stata trascurata da un paio di editori e presa in grande considerazione da altri. Purtroppo viviamo in un mondo dove la griffe ha la sua importanza, ma se un lavoro è buono, resta valido anche se edito da una casa editrice minore, non mi sono mai lasciata incantare dalle apparenze



[1] Leonardo Sciascia, La Sicilia, il suo cuore – Favole della dittatura, Milano, Adelphi, 2003, p. 13.
[2] Mia Lecomte, Intanto il tempo, Milano, La Vita Felice, 2012, p. 31.
[3] Per maggiori informazioni sulla poetessa si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lei dedicato.
[4] Michela Zanarella è nata a Cittadella (Padova) nel 1980. Vive e lavora a Roma. Ha iniziato a scrivere poesie nel 2004 e, animata da personalità di cultura e poeti locali che vedevano in lei una promessa della poesia, ha cominciato a partecipare a sfide letterari. Ha da subito ottenuto buoni risultati, convalidati da premi nazionali e internazionali e varie pubblicazioni di suoi testi in antologie. Ha pubblicato le sillogi poetiche Credo (Ass. Culturale MeEdusa), Risvegli (Ed. Nuovi Poeti), Vita, infinito, paradisi (Ed. Stravagario, 2009), Sensualità (Sangel, 2011), Meditazioni al femminile (Sangel, 2012). Ha pubblicato anche una raccolta di racconti dal titolo Condividendo con le nuvole (GDS, 2009). Partecipa a reading, eventi letterari ed è membro di giuria in vari concorsi di poesia.
[5] Michela Zanarella, Meditazioni al femminile, Sangel, 2012, p. 28.
[6] Non è, infatti, giusto sostenere che “inventarono” questo tipo di poesia, dato che esistono attestazioni di questo utilizzo congiunto di parola-immagine addirittura nell’antica Grecia: Simmia di Rodi, infatti, ci ha lasciato vari “carmi figurati” tra cui la celebre “Ascia” dove, appunto, il contenuto testuale è disposto specularmente in due porzioni arrotondate di disegno che stanno a rappresentare la doppia lama dell’accetta.







INTERVISTA A FULVIA MARCONI
(di Daniela Cecchini)

Ho incontrato per la prima volta la poetessa e scrittrice Fulvia Marconi circa un anno fa, durante un cenacolo letterario organizzato dalla prestigiosa “Accademia V. Alfieri” di Dalmazio Masini a Firenze, patria del “dolce stil novo”. Conversando con lei, ho avuto immediatamente la percezione del suo intenso coinvolgimento emotivo e spirituale verso le arti letterarie.
Ho avuto conferma di ciò proprio da Fulvia, artista a tutto tondo, gentile, sensibile, colta ed esigente, in particolare quando si parla di poesia e prosa. Sin da bambina, rivela una naturale attitudine nell’esprimere ogni sua emozione attraverso la scrittura, tanto che, appena adolescente, è già iscritta presso la SIAE in qualità di “Autore di parte letteraria”.
Questo suo sconfinato amore per la letteratura nel tempo verrà espresso, in modo icastico e soave, anche attraverso l’accezione poetica; gli eccellenti premi e i numerosi riconoscimenti ottenuti nell’ambito di concorsi letterari su scala nazionale le daranno conferma del suo talento ed oggi il suo nome è ben noto nell’universo poetico, dove è stimata ed apprezzata da tutti.
In quest’ultimo decennio ha pubblicato una raccolta di poesia ed alcuni libri, riscuotendo un notevole successo.
Nel 2010 l’Associazione Culturale Internazionale “Universum-Switzerland” le conferisce la nomina di Presidente Regionale responsabile per la Regione Marche. Sempre nello stesso anno ha ideato il Premio Letterario “Laudato sie, mi’ Signore”, del quale è Presidente e che, in collaborazione con l’OFS (Ordine Francescano Secolare) e la Biblioteca Storica Francescana e Picena, da allora ogni anno organizza nella città di Falconara Marittima.
Lo scorso 11 0ttobre, in un’atmosfera avvolta di spiritualità, presso il Convento dei Francescani della cittadina marchigiana si è svolta la Cerimonia di Premiazione della VI edizione di questo Premio Letterario, diventato ormai un tradizionale appuntamento con la cultura largamente condiviso, vista la partecipazione di poeti provenienti da ogni parte d’Italia e non solo.

Dal 2009 partecipa a Premi Letterari in qualità di membro delle Commissioni esaminatrici. Nell’aprile 2014 ha pubblicato il suo 4° libro “Amore che d’amor si nutre e sazia” (Edizioni Di Felice).
Nell’aprile 2014 ha pubblicato il suo ultimo libro “Amore che d’amor si nutre e sazia”(Edizioni Di Felice), un titolo straordinario, la sintesi di un concetto infinito. L’amore è quindi la poesia delle emozioni, di cui nutrirsi per trovare appagamento?
L’amore è un sentimento avido di meraviglie, un impulso imprevedibile, che condiziona il pensiero di ogni essere umano e quindi anche il mio essere donna non è immune dalla prepotenza di questa percezione, che segretamente si insinua, fin nell’inconscio.
L’enigma al quale nessun uomo è mai riuscito a dare spiegazione è proprio questo sentimento che sorprende e confonde, che ci perde e ci ritrova sempre più deboli e indifesi nei confronti del suo allettamento. Infatti, è proprio l’amore che detta le sue leggi e il poeta non fa altro che trascriverle, traducendo la passione o lo sconforto, in versi più o meno accattivanti.
Il dolore e il piacere si occultano tra le parole e rimbalzano tra le righe, esaltando il sentire di chi scrive, come una sorte di magica rivelazione di un immaginifico sentire.
Toni e stili molto diversi tra loro convergono, comunque, nella totale interezza dello slancio affettivo.
Anch’io, pertanto, mi reputo sottomessa a questa emozione che imprigiona la mente e i sensi, amplificandosi con l’aiuto della fantasia e della speranza.
Il sommo Poeta Dante Alighieri a proposito dell’amore, affermava: “L’amore…non è altro che unimento spirituale del’anima e de la cosa amata”. Quale posto occupa la spiritualità nella sua espressione poetica?
Ognuno di noi vive la propria storia d’amore con energia o rassegnazione e proprio questa energia, che illude o rasserena, ha il fulcro incuneato nell’anima.
Dice il Poeta: ‘’Morire, dormire, forse sognare’’, ed è proprio il sogno che ci spinge a vivere l’amore all’unisono con la nostra anima che, molto flebilmente suggerisce, facendo evolvere o involvere la stabilità dei sentimenti.
L’amore spirituale è quello che resiste anche senza essere ricambiato, poiché esso non accetta né condizionamenti né regole.
A mio vedere, non è possibile isolare il cuore dalla mente o dall’anima, per cui affinché sia totale il dominio sull’uomo, ogni cellula del corpo deve essere completamente assorbita dalla interezza del sentimento.
Preziose gemme sono gli stupori dettati da turbamenti, più o meno inquieti, che spesso recano insicurezza e forse anche annullamento della volontà, ma nell’architettura del nostro essere, l’amore, come già detto si dilata, invadendo ogni fibra dell’essere umano.
Noi apparteniamo ad una generazione in cui la didattica poggiava le basi su regole e principi molto rigidi e la loro osservanza ha in qualche modo determinato ciò che siamo oggi. Qual è il suo ricordo delle insegnanti di materie letterarie?
Essendo piuttosto portata per le materie letterarie, non posso avere che ottimi ricordi circa le mie insegnanti.
Ho memoria della mia maestra delle elementari che mi incitava a scrivere, soprattutto nel periodo natalizio, delle poesiole che poi, regolarmente, mi faceva leggere per omaggiare le visite del direttore didattico.
Il gusto della parola, già da bambina, era vivo in me e già allora i miei scritti anelavano all’amicizia, alla speranza e alla risoluzione del male, cosa che, purtroppo, la maturità ha trasformato in amara delusione. Ma il tempo della scuola resta, comunque, un periodo radioso, tutto ciò grazie alle mie insegnanti che sono riuscite a seminare il tenero virgulto della poesia in un terreno, a dire il vero, già piuttosto fertile.
Potrei sapere la sua personale opinione nei confronti della scuola del terzo millennio?
Ho avuto il piacere di conoscere tanti bravissimi insegnanti che, tramite lo sviluppo di progetti e procedimenti scolastici, hanno indirizzato i propri alunni a ricercare la strada dell’arte.
La ricerca del sé, soprattutto, costituisce la base per procedere verso l’amore spirituale, del quale abbiamo parlato precedentemente e noto, organizzando e partecipando a vari premi letterari, che oggi i giovani si avvicinano alla poesia con una certa curiosità o cautela, quasi in punta di piedi, come se avessero paura di profanare un altare non destinato alle loro preghiere.
È proprio grazie a questi docenti che, forse, nel futuro avremo nuove menti che renderanno più fulgida la stella della nostra letteratura.
Vorrebbe parlarmi della sua opera prima di poesie “Sulle ali dei sogni”(2007, Nicola Calabria Editore)?
La silloge ‘’Sulle ali dei sogni’’ rappresenta un sintattico gioco giovanile. Timide trasparenti rivelazioni sull’immaginifico, quando affascinata da ogni cosa che mi circondava e, con palesi e ingenue aggettivazioni, svelavo il mio mondo al mondo. Trapelavano già i moti classici di uno scrivere portato alla poesia tipica della tradizione italiana, ma ero anche alquanto insicura, pronta a mutarmi ed arricchirmi grazie alle svariate esperienza offerte o pagate alla vita. Una ricerca di me stessa, dei miei cambiamenti di umore, di carattere, un ritratto dai lineamenti vaghi e sfuggenti; questo è ciò che penso del mio primo lavoro che, naturalmente, oggi non rispecchia più il mio attuale sentire letterario, ma, comunque, suscita in me ancora tanta tenerezza, come se guardassi una foto di me bambina.
Il sogno, quell’affascinante viaggio del nostro inconscio, è un rifugio dove trovare appagamento, seppur illusorio?
Come precedentemente citato, la letteratura ha le sue regole a volte costanti altre volte mutevoli, ma tutte si incorporano nella fantasia e nel sogno.
Sfuggire la tristezza, molto spesso offerta dalla vita, è per me il ritrovamento di ciò che sogno e che ho sempre sognato, una ricerca nelle piccole cose che amo e che ho sempre amato. ‘’Esserci’’ negli attimi ormai concessi soltanto ai ricordi e che, mai rimossi, riemergono costantemente lasciando tracce indelebili nella psiche e nel carattere. Sognare è la massima difesa concessa a chi cerca di identificare la vita in un’esistenza priva di quella preziosità anelata.
In poesia la componente onirica riesce opportunamente a curare le ferite inferte dalle quotidiane delusioni, oppure, è solo foriera di nuove fonti d’ispirazione, attraverso mille impercettibili sfumature poetiche?
Il rapporto tra il sogno e la poesia è la cellula d’incontro tra la realtà e la fuga dalla concretezza. E’ un gioco, forse neanche meditato, dove l’istinto tenta la sua partita. Nel verso l’incantesimo spaura lo sconforto e allo stesso tempo infierisce ampliando il senso di vuoto, pertanto, lo scrivere è quella ferita che si cura, per poi nuovamente degenerare. Ogni componimento è l’ambizioso progetto atto ad illuminare, in maniera sorprendente, le suggestioni del poeta; è il preludio di uno stato d’animo che non concede tregua e si amplia con sorprendenti trastulli verbali.
Il filosofo A. Schopenhauer in uno dei suoi tanti illuminati aforismi afferma: “La vita e i sogni sono pagine di uno stesso libro. Leggerle in ordine è vivere, sfogliarle a caso è sognare.” Lei è d’accordo?

Assolutamente si! Sono d’accordo con la saggezza espletata da questo aforisma, poiché sono le nuove e impreviste emozioni che impreziosiscono la vita; sono le maschere che nascondono la realtà a darci il brivido dell’incognito e l’inquietudine che, tanto spesso, accompagnano l’artista divenendone poi spose e sorelle.
A tal proposito: ‘’Non mi resta che spezzare gli ultimi lacci e poi gettarmi nel mio mare’’ scrisse D’Annunzio ad un amico, a dimostrazione di non voler essere agganciato alla consuetudine, ma di gettarsi libero tra i marosi della sua storia.
Qual è il poeta, fra i contemporanei e non solo, al quale si sente più empaticamente legata?
Non voglio fare nomi anche perché mi sarebbe impossibile indicarne uno o due.
Ogni autore ha qualcosa da insegnare, fosse anche un’unica sensazione. L’artista lascia la propria impronta, regala quel ritratto che egli stesso ha costruito e dato in pasto ai lettori, pertanto è difficile stabilire predilezioni assolute confrontando i vari autori; sarebbe come paragonare un Van Gogh con un Picasso, stili diversi, ma entrambi estremamente interessanti.
Dal 2010 lei è presidente del Premio Letterario Internazionale “Laudato sie, mi’ Signore”, del quale cura personalmente l’organizzazione. Vorrebbe parlarmi della VI edizione 2015, che si è appena conclusa?
Ben 257 autori hanno onorato questa VI° edizione con 604 poesie suddivise nelle tre sezioni.
Un premio che si caratterizza ogni anno di più come una buona identità letteraria affinandosi, oltre che nel riconoscimento del ‘’bel verso’’, anche nei meandri della coscienza e dell’autocritica.
Colgo questa occasione per ringraziare ancora una volta quanti hanno sostenuto con tanto vigore il premio che, metaforicamente parlando, sorvola quella realtà, a tutti noi ben nota, di un mondo sempre più egoista ed egocentrico, per planare nella serenità e pace di un monastero dedicato al Poverello d’Assisi. Una stragrande maggioranza di buoni lavori sono stati sottoposti ai Signori della Commissione Giudicatrice, ma anche il ‘’Laudato sie, mi’ Signore’’ ha la regolamentazione di ogni altro concorso del genere, pertanto, si è dovuto stilare una graduatoria, ma non posso assolutamente escludere la validità dei componimenti non risultati finalisti.
Lei è stata nominata “Donna Universum 2012” nella sezione Cultura ed anche Ambasciatrice di Pace. Qual è il suo messaggio di pace, rivolto ad un mondo travagliato da guerre, efferate violenze, ideali in disuso e sempre più labili certezze?
Difficile dire senza dover ricorrere alla retorica.
Ero ancora bambina e gli insegnanti mi inculcavano nella mente che la parola uccide più della spada, e allora combattiamo la nostra battaglia con la penna, con le speranze e con l’arte. Lasciamo a figli e nipoti una ricchezza tratta dalla letteratura. Cimeli consapevoli, formati da parole prese in prestito all’immaginazione e che saranno gli oracoli del futuro.
Esorcizziamo le negatività con disegni dedicati alla vita e con l’incantesimo della volontà, così, forse, le illusioni si concretizzeranno in un’alchimia di pace.
Auguro a tutti gli artisti che l’eccitazione data dall’arte, anche una volta smarrito il primo ardore, possa proseguire nella meditazione, sviluppando intuizioni mature e evitando la mancanza dell’esserci in questo meraviglioso giro di giostra.


                                 






PREMIO ALLA CULTURA 2016

In seno alla cerimonia premiativa del prestigioso Concorso Letterario ‘’Madonna dell’Arco’’, che si svolgerà il giorno 7.5.16 alle ore 18,00 in Castellammare di Stabia, le Poetesse Rita Muscardin (Savona), Daniela Cecchini (Roma), il Ricercatore Salvatore D’Aprano (Quebec – Montreal – Canada) e la sottoscritta, Fulvia Marconi (Ancona) avranno l’onore di ricevere il PREMIO ALLA CULTURA anno 2016. Veramente commossa per tanto onore riferito alla mia persona, mi complimento con gli altri premiati e ringrazio di vero cuore quanti hanno contribuito alla realizzazione di questo mio sogno.
(Fulvia Marconi)






AMOR CHE CERCA AMORE

Amor che cerca amore
in prati d’innocenza,
tra rose dondolanti
e tra sterpaglie e rovi.
Amor che insegue amore,
poi ruba stelle in cielo
per farne una collana
ed agghindar l’incanto.
E se dovrà soffrire,
franando a dei capricci,
s’arrenderà leggero
come la terra al gelo.
E bramerà i segreti
con tutta l’insolenza
di chi non sa capire
di chi non ha mai pianto.
Amor che implora amore
e che non vuol padroni
né schiavi o servitori
ma solo l’ardimento;
ed è agitato e rugge,
distratto come l’onda
e come l’onda inquieta
cancella ogni rimpianto.
Amore chiede amore
col sole o con la luna;
è il sogno inquieto e calmo
è del deliquio il tempo.
È l’armonia silente
che fa turbare il senno,
essenza e pura assenza
nel perdurar la vita.
Amore insegna amore
curando le ferite
poi crudelmente uccide
mirando dritto al cuore.
Io canterò intonando
a tante primavere,
a fiori non raccolti
e a pani mangiucchiati.
E brinderò a quei giorni
persi  a guardar la luna
tra platani e cipressi
tra inferno e paradiso.
Amor che inganna amore
e non confessa o prega,
bussa violento al cuore
e non concede tregua.
(F.M.)                                          
                                                              
                                                                                      






SOLO IL VENTO 
E vado camminando nel silenzio,
che mai cancellerà quei giorni persi,
con mani che raccolgono esitanti
minuti pieni d’una vita vera.
Vagare, senza mai voltarmi indietro,
nell’eco di ricordi temerari;
raccogliere nel vento del meriggio
solo un istante d’oro… uno soltanto.
E non v’è brezza o raffica di vento,
che con la sinuosa trasparenza
possa giocar con me dei giochi assurdi
tra attimi sfioriti e senza gloria.
Accetta o vita l’ultima chimera
degli anni miei razziati dall’audacia,
concedi a me soltanto un po’ di voce
per intonare un cantico all’amore.
E se la voce mia ti giunge roca,
se più non v’è l’orecchio ad ascoltare,
nell’ultima avventura mi cimento,
cantando la tristezza solo al vento.
(F.M.)
                        




LA ROSA

Non ti curar del dì che passa in fretta,
lega il tuo nome solo a cortesia
e se la vita passa è poca cosa,
tieni una rosa a farti compagnia.
Togli le spine e stringila sul cuore,
godi del suo profumo inebriante.
La vita , se sei saggia, è una gran cosa
…e poi non sei mai sola, tu hai la rosa!
(F.M.)
                         







… E LASSU’ SOLO UNA STELLA
… E lassù solo una stella
malinconia e in disparte,
fra pensieri senza meta
e uno sciame d’illusioni.
Ferma il cuore il suo pulsare
nella quiete del silenzio,
son fiorite e poi sfiorite
mille rose al sol di maggio.
E mi perdo in quel silenzio
dal brusio che mi travolge,
nella storia frammentata
or che vivo di memorie.
Cara e dolce è questa quiete
quando l’astro s’addormenta,
nella pagina del tempo
volan stanche le mie ali.
Cerco invano la corrente
che mi spinga verso il cielo,
per offrire il paradiso
a chi splende… e si nasconde.
Un migrare di sospiri
poi di luce… solo un soffio
è l’amor triste novella
… e lassù solo una stella.

(F.M.)


                  




COME UN TULIPANO 
… E vola la farfalla e cerca il fiore
nel cielo ormai di tulle a primavera.
La coccinella, con regal livrea,
al pesco in fiore regge il bel mantello.
Profuma l’aria già di buon odore
e s’ode di lontano, oltre l’altura,
il chiacchierio d’una campana in festa
terso richiamo pei pensier d’amore.
E pure il cinguettio dei mille uccelli,
innamorati dell’amor del cielo,
avvinti ad un sol ricciolo di brezza
innalzano la lode al Dio del sole.
In questo sfolgorare di colori
c’è il rosso tulipano abbandonato
in mezzo a mille spighe di quel grano
che risaltare fanno il suo colore.
La vita è breve di quel rosso fiore
che flette il lieve stelo al dolce tocco
del venticello che con armonia
gli si concede in cento e più carezze.
E come il fiore nato a primavera,
Colui che sorge dopo la Sua morte,
presenza una e sola … Dio dell’ incanto,
vuol colorare questa nostra vita.
Colore rosso è il sangue ch’ha versato,
ed ogni volta muore e ancor rinasce
e fra le spighe pane che ci ha dato,
ci benedice con l’ulivo in mano.
(Per la Santa Pasqua 2016. Auguri a tutti gli amici. Fulvia Marconi)
                              






FIORITURA DI CHIMERE
(Dedicata a Montesicuro, il mio paese d’infanzia che racchiude i giorni più lieti della mia vita.)
Fioriti al dolce tepore d’estate
e accompagnati da follie di grilli,
i rigogliosi prati, alla campagna,
di bucolico ardore eran lo sfoggio.
E l’ozio dei faggeti, senza vento,
alla calura cedevano le voglie,
mentre con apatia scorreva il fosso
lagnando il suo stornello sempre uguale.
Non più giornate infanti alla tenuta
nell’ore impareggiabili di sera
con l’indolenza paga della luna
che netta si stagliava sopra il tetto.
Leggende tra le lucciole, di notte,
ardevano tra miti e cose vere,
i vecchi sui gradini delle scale
stupivano i ragazzi con le fole.
Le donne, che al lavoro della maglia,
intente, sferruzzavano veloci,
parlavano cianciando con fervore
d’indiscrezioni e scaltri cicalecci.
E quelle brezzoline del meriggio,
che scompigliavano gli abeti e i faggi,
godevano, con sobria tolleranza,
di un divino convivio di beltà.
Il tintinnar cortese di campana
a tutti ricordava la preghiera:
le donne si segnavano la fronte
chiedendo al Padre sacra provvidenza.
Poi quel velluto scuro della sera
tra stelle di cristallo, tutt’intorno,
sopiva il sonno tacitando dubbi
e ricoprendo il mondo di torpore.
Nelle nottate calme quel sopore
in caroselli trasformava i sogni
e si aspettava il giorno per tornare
a sciogliere le corde del vigore.
Le dolci fioriture di chimere
… baci rubati dietro ad un cespuglio.

(F.M.)


                  






MOTIVAZIONE RELATIVA ALLA LIRICA ''IL GLICINE FIORITO DELL'ATTESA'' DI FULVIA MARCONI

Premio Nazionale di Poesia ''Imma Annunziata'' 2° edizione

SECONDO PREMIO

Il titolo della poesia premiata rimanda ad un tema assai caro alla nostra memoria letteraria: alla trepida attesa di un giorno che si presagiva fulgido, che si colorava di rose e di viole e dell'azzurro intenso del vespro del celebre bozzetto leopardiano. La felicità, rara perla, si condensava nella vivace e brulicante attesa del giorno di festa, metafora delle illusioni del vivere.
La sinestesia del titolo di questa poesia ha colori tenui e profumi acerbi e rimanda ad altro messaggio.
Allude all'attesa di un cuore ferito, amareggiato, che si protrae languida in lunghe notti solitarie, pronta a carpire sensazioni, a trascolorare, ad abbandonarsi ad esse.
Il ritmo cadenzato degli endecasillabi è sostenuto da un lessico poetico della nostra tradizione, ma è ravvivato dallo schema vario della sintassi e si chiude con un'interrogativa, simbolo proprio dei circuiti oziosi della mente e del cuore nell'attesa.

(San Gennaro Vesuviano 26.9.2015 La Commissione Giudicatrice)


                      


SANNO PARLAR D'AMORE

I poeti osano guardare l'invisibile
e sfiorare con le dita l'intoccabile.
Sanno magnetizzare l'infinito
e divinizzare l'imponderabile.
I poeti sanno piangere e pregare
con lacrime odorose
dei tanti e tanti amori già vissuti
e di immortali sogni sublimati.
Parlano ansiosi al vento
dello stormir di foglie
chiedendo voluttà alla pioggia
che bagna il solco, illanguidendo.
Pregando invocano il Signore
e, come Anacreonte,
intonano dolore e pur sorriso.
Si prostrano sfiancati alle emozioni:
sono i pagliacci, i principi, i clochards
che donano col verbo suggestioni.
Si svelano al citar s'un solo verso
o, anche, si nascondono dal sole
in cerca della pace, quando è sera,
tra lacrime avvizzite e sogni assurdi.
Rifuggono le note tristi e fruste
del grezzo d'una vita grossolana,
ma ciò che più li infiamma
e senza alcun pudore,
guardando in fondo agli occhi
... sanno parlar d'amore.

(F.M.)
                                                                                   
                                                      




L'AMORE

Al fuoco dell'amor brindo levando
un calice di fiele, del più amaro,
e lì far macerare le mie pene
per poi morire e, quindi, trovar pace.
(F.M.)

                            



CERCAMI

Cercami nei tuoi lunghi e pensosi silenzi,
negli incessanti rivoli di pioggia
che tediano le grigie giornate autunnali,
nelle foglie cadùche e nei sospiri.
Cercami nella monotonia dei pensieri,
nel tiepido coraggio d'un sogno tenuto sospeso
e sul filo dorato di una tristezza
che non solleva, ormai più, chimeriche fantasie.
Cercami al sollevarsi di incoscienti ciglia
e al loro battere nello svanir di sogno,
poi, odorando di muschiosi ricordi,
sollevami dalla disinibita voluttà dell'Ade
per confortarmi con liquefatti sorrisi.
Cercami nello scrigno segreto d'una domanda,
nell'aprirti alle braccia della notte e,
quando un solo ambrato e gelido raggio di luna
colerà sulle pareti per snodarsi
in azzardati richiami,
tu cercami tra una stella e l'altra,
tra le preghiere rimaste ancorate alla terra
e tra le persone dimenticate
cullate dall'oblio dell'abbandono.
E ancora cercami nella nebbia
che avvolge voluttuosa
ogni albero, strada e sentimento
e mi troverai là, sempre in attesa,
dove la vita trascorre senza amore.
(F.M.) 
                                                                                                                         



PERDERSI NEL TEMPO

Un alitare, un sospiro appena
del vento che accarezza i rami spogli,
dolce quel tocco che sorprende e invoglia
timide gemme alla lusinga calda.
E' freddo quel ricordo della neve
e quel suo avvolger di silenzio i prati;
ormai corteggia il sole primavera,
gaio il roveto occulta l'usignolo.
Sempre più ardito è l'olezzar di viole
che danno grazia alle solcate rocce.
Erba cortese ed il viandante scalzo
sotto il cipiglio di bizzarre nubi.
Muri di pietra esplodono al colore
d'azzurri fiordalisi incantatori,
sospira il tempo nel passar sommesso
fra il rimestar di nubi vagabonde.
Un'altra primavera e una ancora,
sogni su sogni a deliziar pensieri,
ma adombra lento scorrere del tempo
vago stupor di profetiche rughe,
La vita è solo un fremito celato
in quell'abbaglio ch'è la giovinezza,
tanto rimpianto come spore erranti
e il resto... è solo il perdersi nel tempo.
(F.M.)



                      




MARZO


Un sussulto di gemme ai rami spogli

e ventila la brezza sbarazzina,

mese di marzo, il mese a cuor leggero

si schiudon le finestre nei cortili.

È in festa la pineta appena sveglia,

è il tempo degli uccelli canterini,

schiamazzano i fanciulli per le strade,

mentre nei campi il mandorlo fiorisce.

E gli orti che reclaman fiduciosi

gocce di cielo a dissetare i semi,

si svegliano pian piano con germogli,

offrendo al sole i teneri virgulti.

Poi, dalle nubi bigie in cielo sparse,

scendono lacrime a bagnar la terra

e questa  è molle e rinverdisce il prato,

timida spunta l’erba tenerella.

Allietano di canti gli usignoli,

l’aria è fragrante d’olezzar di viole,

mentre il ruscello, saltellando, ciarla

chiassosamente tra canneti e fiori.

È marzo quel monello vispo e lieto,

che sparge a piene mani i suoi colori,

col soffio del suo  vento mai contento

rallegra il cuor di primule e d’odori.
(F.M.)




                             



 
LA CASA TRA I CILIEGI

(Con la speranza che i nostri figli non debbano mai più conoscere l'orrore di una guerra)

Quella casa oltre il colle, tra i ciliegi,

chiude stanca i suoi occhi a non vedere

le rose che appassiscono fra l’erba

tanto alta da rubar la luce al grano.

La casa dei ciliegi ha dei ricordi

di stelle scese a incorniciar capelli

a giovani fanciulle innamorate

all’ombra fresca dei longevi pioppi.

La casa d’oltre il colle più non spera.

Preghiere già pregate e rifiutate

ora scolpite sulla pietra fredda

che non riflette più chiaror lunare.

I suoi gerani rossi sui balconi,

rimembrano, confuso con gli odori,

il sangue sparso preda d’una guerra,

che più non sa chi è vinto o vincitore.

La casa dei ciliegi ha gli occhi tristi

e s’agita sgomenta in cupi sogni,

ripensa a quelle grida di bambini

dai piedi scalzi e dai vestiti a fiori.

E più non si sorride nella valle,

il fiume scorre e mormora domande,

soltanto dieci croci senza effigi

in quella casa estinta fra i ciliegi.
(F.M.)
                                         
                                  




UNA SERATA A MAGGIO

Profumo di lavanda e rose rosse

e quella bianca casa addormentata,

il cigolar stizzito d’altalena

nello slanciar gli incanti verso il cielo.

Sussurri tra le coltri dell’estate,

fragore d’un silenzio che m’acquieta.

Si spegne piano piano un’altra luce,

portando tra le nubi una preghiera.

È la magia pacata della sera

che si diffonde fra le acacie e i fossi,

dove il torpore suggerisce attese…

attese e seduzioni spasimate.

Si adagiano i pensieri e la mia mente

nella serata arresa al dì di maggio,

corre la vita in fretta e a piedi nudi,

avverte molte spine tra le carni.

E quando, nell’archivio dei miei giorni,

io cercherò l’istante che non muore,

nel parco dei destini abbandonati

percorrerò della tristezza il tempo.

Ma è troppo bella e calma questa notte

e l’altalena sta gemendo ancora,

tiepida è l’aria e crudo è odor di campo,

guardo il soffitto e dico … ‘’Ave Maria!’’

Solo un soldino per un sogno appena,

solo una rosa schiusa per campare,

questa è la vita :’’una serata a maggio’’

e un pizzico di luna per sognare. 
(F.M.)
                           





UN SENTIERO ODOROSO DI MARE
La fragranza di un giorno d'estate
è fermento che torna e ritorna,
è sentore di primule aperte
con corolle impazzite di sole.
Un sentiero odoroso di mare,
che mi porta al gioir della vita,
esistenza confusa e cortese
paga dell'irruenza vivace.
Poi gli incontri carpiti alla sorte
per sorbire d'amore la linfa,
fra i capelli ginestre dorate
in serate di luna scolpite.
Quella siepe di fresca lavanda
che profuma l'ebbrezza del cuore,
filigrane di sogni sognati
al concerto di uccelli cantori.
Un sentiero odoroso di mare
che discende dal monte alla spiaggia,
dove l'erica cresce selvaggia,
dove il sole ritarda a morire.
L'esistenza è quell'attimo solo
che imprigiona la vita a promesse
piedi scalzi e speranze a calcare
... quel sentiero odoroso di mare.
(F.M.)



                               



A PIEDI NUDI


... E vago per la vita a piedi nudi,
raccatto dalle pietre la mia storia.
Le spine e rovi piagano le mani,
le rose forse a sera moriranno.
Le fragili incertezze, tristi rughe,
un ultimo respiro... il più sofferto,
a te che adesso m'offri il tuo sorriso
cedo in regalo il bòccio del mio sogno.
Le fronde sferzanti ansie nel solstizio
del tempo che prelude a brina e gelo
anelano allo sciogliersi d'oblio
e limitarmi ai limiti del cielo.
Non piango di quel pianto che m'oscura,
di lacrime salate e senza cuore,
sono regina dei pensieri muti
e vago per la vita... a piedi nudi.
(F.M.)


                     






NOSTALGIA

Penso al tempo, a quel suo scorrere, al rimpianto,
alle gocce della pioggia ormai cadute,
ed al sole che baciava i gelsomini,
a me bimba che giocavo in un cortile.
Il silenzio si perdeva fra le vie
in quei giorni ricchi sol del mio passato
e la gioia che provavo e ch'era mia,
mare cheto dentro il palmo d'una mano.
Il profumo trasparente d'oleandro
immortala ormai l'argento dei ricordi,
quel rondone sulla gronda che garriva
e la vita, dalle dita, scivolava.
Nostalgia.. solo un fremito di ciglia
per la danza che non oso più danzare.
Ruota il tempo la sua giostra menzognera
fatta d'attimi di magico cristallo.
Lungo il borgo della stanca mia memoria,
le emozioni, come l'ultimo bicchiere,
imprigionano il sapore del declino
con i sogni già agganciati al cielo austero.
Ma poi l'acqua cristallina schiude il fiore
ed il sole fa disperdere pur l'ombre,
sono roccia di speranza e ghiaccio eterno
io rinasco primavera... dall'inverno.
(F.M.)
                         
                                                  
                                            
                        


IL CIGNO E LA LUNA


Ed un velato strascico di tulle,
impreziosito dalle stelle a mille,
son le candele d'una notte insonne
tra i lembi delle nubi ballerine.
Pulviscolo di sogni tutt'intorno
a carezzar quel suo piumaggio bianco
tracciato dalla forza d'un pensiero
che lo farà volar sempre più in alto.
Canta il dolore della tua ferita,
tu che tracciasti solchi pur nell'onde,
sogna i tramonti e sogna l'infinito
... poter volare al centro della vita.
Ma se la notte è cieca al tuo soffrire
porgi alla luna il verso tuo d'amore,
mille speranza, oppur... nulla o nessuna,
canta l'amore il cigno... alla sua luna!
(F.M.)
 
                


COME NASCE IL VENTO

Abbraccio tutto il mondo e il suo respiro
mentre s'arrende languida la sera.
Sola vo' camminando nel mutismo
al  sospirar di foglia a primavera.
E quel presagio che mi giunge ardito,
arcobaleno di pressanti sogni,
intona al cielo un canto sempre nuovo
che nasce lieve come nasce il vento.
(Fulvia Marconi)
                     







VOGLIO BRINDAR CON TE 

Quando di questa vita paghi il prezzo,

con il sudor che cola dalla fronte

e quando non c’è gioia e non c’è vezzo

perché quei sogni tuoi van tutti a monte,

risenti nelle orecchie i ritornelli,

di quelli che cantavi con gli amici,

dolci ricordi dei tuoi tempi belli

quando godevi di quei dì felici.

Ora ti sembra tutto assai lontano,

quelle partite a carte o al pallone,

ma con l’anzianità vai contromano,

non puoi certo pensar di star benone!

Assai lontani sono certi sguardi

che, malizioso, dedicavi a Nina,

la sera, nella sala dei biliardi,

usciva fuori la tua adrenalina.

E pure la freschezza del mattino,

quando mettevi in spalla la tua zappa,

il pane, la merenda ed un buon vino

e dopo pranzo… un gocciolin di grappa.

Ma la tua vita ha ancor l’odor dei giochi,

si ha sempre amici se si è baldi e fieri,

ti restano nel cuore mille fuochi

ed in cantina…  ci entri volentieri.

Scompaiono le pene e pur gli affanni,

l’odore del vinello, l’allegria,

un buon bicchier di vino cura i danni

e scaturisce in te la fantasia.

Allora,se il bicchiere dà calore,

se un goccio di buon vino ti rincuora,

caro vinello mio, mio grande amore

voglio brindar con te… ancora e ancora!
(F.M.)


 







 
La gentilezza è un fremito di cristallo che lascia trasparire la buona educazione e l'affetto, ma deve essere continuamente protetta dalla perseveranza poiché anche un solo sguardo potrebbe infrangerla.
(F.M.)




INTROSPEZIONE

Lamenti sordi e privi d'ogni voce
mi lacerano un cuore di cristallo,
spossato struggimento mi frastorna
tra abissi inconsistenti di speranze.
(F.M.)




                           
                                  




L'AMORE NON MUORE A NOVEMBRE

Aleggia a pudor del tramonto
profumo di raspi e di mosto.
Le foglie, caduche e avvizzite,
nell'ultimo sonno a giacere.
Nell'acre profumo di legna,
che brucia arrendendosi al fuoco,
si perdono mille scintille:
fantasmi esiliati e raminghi.
E' il mese dell'estasi paga,
è il mese dell'uva e del vino.
Rapace è quel frutto corposo
che sguscia dal riccio spinoso.
Tiranna è la nebbia che occulta
chiarori ovattati e sbiaditi
sciogliendosi in gocce imperlanti
le zolle degli orti tediati.
Respira sommessa la terra
celando discreti misteri.
Carezze di vento agli ulivi
ch'al brivido i rami abbandona.
E vola l'inerme pensiero
seguendo lo stormo lontano,
in quel crepitar rinsecchito
preludio bramoso di quiete.
L'amore è una tela di ragno
che pure una goccia distrugge
e cerca il suo sole per sempre
... l'amore non muore a novembre.
(F.M.)





DUNQUE… LA LUNA

(Dedicata alla piccola Sofia nata in un bellissimo giorno di settembre)


Dunque la luna a vegliare i tuoi sogni

quale tutrice di lievi speranze

e giunge dunque, vagante nel cielo,

desto l’incanto d’un dì di settembre.

Con quella grazia di bimba piccina

correndo al vento respiri gli incanti

di bacche turgide al far dell’autunno

onde onorare gli albori di vita.

Canta piccina quel canto d’amore

ricco di luce e bagliori ancestrali,

il tuo cammino, ghirlanda di vita,

muova sereno al segreto del tempo.

E verrà volta che il miele dorato

dei tuoi capelli, al sapor di bellezza,

qual fiore aperto all’amore e innocenza

andrà a scoprirsi in struggenti carezze.

Quando gli eterni percorsi del cuore

faran di te quella bianca farfalla,

vola, sfiorata d’umor di rugiada,

ad incantare quel fior che ti brama.

Brividi intensi nell’aria pulita

e nel candor di sospiri di tulle,

apriti o bimba alla vita che agogni

dunque…  la luna a vegliare i tuoi sogni.
(F.M.)

 







Godi della vita il suo calore
poi semina l'amore  e fantasia,
cos'è l'eterno?
... Esso è l'istante che non fugge via.
(F.M.)
 




TEPORE DI MADRE - SAPOR DI FARINA

Profumo di terra, profumo d'antico,
nel caldo tepor d'un ricordo lontano.
Nel letto più grande anelavo dormire
e fioca la luce d'un lume consunto.
Il gelido buio la notte inondava
nei giorni d'inverno guarniti di freddo.
Fiammelle discrete qual sogni abbozzati
dal vecchio braciere a giocare con l'ombre.
Come ombra ti vedo e... nenie cantavi,
quantunque sovente le strofe scordavi,
con mani rugose d'odor di farina,
tu madre impastavi con acqua e preghiere.
Tepore di madre nell'arco d'un era
di giorni, di estati, perdute nel tempo.
Quel manto del buio che oscuro opprimeva
le ansie e timori di me che bambina
restavo nascosta tra coltri e guanciali
udendo atterrita del tarlo il lamento.
E sempre era fresca la voce di madre,
in quello squarciar della notte il suo velo
che spesso diceva: - Sii lieta, bambina -
con quel suo sapore... d'odor di farina.

(F.M.)

Sapiente guida dell'Autrice che ripropone con sorpresa e meraviglia sapori e odori perduti in un tempo che scorre.
E i ricordi di cose tanto semplici come il terrore dell'invisibile tarlo o le ombre compagne di giochi intorno al braciere diventano poesia, le ''vere verità'' che il tempo inesorabile sgretola e l'uomo adulto ha accantonato chissà dove, insieme all'innocenza dell'essere stato bambino.
(Da un commento alla poesia ''Tepore di madre - sapor di farina'' di Alberto Cocco)



                                       





PREFAZIONE DEL PROF. NAZARIO PARDINI ALLA SILLOGE ''UN CESTO DI MORE E DI FIORI''

giovedì 11 agosto 2011
Prefazione alla Silloge "Un cesto di more e di fiori" di Fulvia Marconi
Un cesto di paglia intrecciata, farcito di more e di fiori,compagno di gaie escursioni nel tempo del gusto alla vita.
La prima cosa che ci colpisce nella silloge di Fulvia Marconi è la grande esperienza metrica, la grande maestria nel trattare il verso, nel suo variegato mondo di suoni e colori, nella sua ampia ragnatela di intarsi e legami. Ed è il sapiente uso del significante metrico combinato con le note del pentagramma dell’anima, a dare forza e linearità all’opera. Dalla serie di tripli trisillabi in novenari a ritmare la calda intensità memoriale dell’autrice [“Cascine dai muri sconnessi / e l’erba spaccava le pietre, / i piccoli piedi giocosi / nascosti da zoccoli grandi.” (Un cesto di more e di fiori)]; alla serie di tripli quaternari a sollecitare una cadenza/involucro di un’immagine “che mi avvolge, non si arrende, non mi lascia…” [“Un pensiero si conficca nel silenzio, / un pensiero dal colore dei suoi occhi…”(Un pensiero dal colore dei suoi occhi); dall’uso di versi ipermetrici a dare sfogo a un subbuglio interiore che, per delinearsi nella sua immediatezza, ha bisogno di spazi poetici maggiori e di tecniche verbali che vadano oltre l’umano intrecciarsi del verbo; all’impiego di un endecasillabo, frutto di una malizia tecnica, che lo sa adattare, nelle sue combinazioni, al variare dei giochi sentimentali. Endecasillabi che come vere cascate musicali, quasi attacchi di romanze pucciniane, ci coinvolgono con la loro fluidità, con il loro apporto lirico. Endecasillabi nella loro varietà strutturale, nella loro complessità versificatoria, a costituire un valore aggiunto nel contesto dell’opera. Poi, a completare il panorama stlistico, l’uso di un sonetto perfettamente costruito sui parametri della tradizione letteraria; e l’uso di pièces composte di settenari a raffigurare, con note di spontaneità creativa, immagini di una vita perduta filtrate da un soffuso sottofondo di malinconia: “Veglia quel cielo stanco / il colle mesto e il poggio, / dove illusione è vita / dove la vita … illude!” (Dove la vita illude). Ma gli impieghi tecnico-fonici, gli accorgimenti figurativi finalizzati ad una musicalità che la fa da padrona in questo dipanarsi di canti, il giusto e convincente uso di implicit ed explicit a racchiudere le emozioni, non sono mai a sé stanti, ma impiegati per una simbiotica fusione tra dire e sentire; a fasciare un’anima tutta volta a dire di sé, ad un “aveu” portato a dilatarsi, se questi stilemi non costituissero un argine assai robusto per frenarne l’esondazione. E la parola fa parte di questi giochi espansivi: si articola, si adatta, si trasforma, si dilata per carpire il senso della vita; per andare dietro a un’emozione che, fra memoriale e assorbimento del reale, sembra pretendere sempre di più dalla parola stessa. D’altronde, come il poeta sa, non esiste verbo sufficiente a coprire le scansioni del sentire. Ed è proprio il memoriale a compattare la silloge, a creare quel leit motiv che ne garantisce l’organicità. Quel memoriale che l’autrice ritesse in filigrana, fa suo, rinvigorisce e riporta in vita, traducendolo in alcova dove trovare riposo, o dove trovare lo sconforto di un’assenza; ma dove i grandi sentimenti come le più piccole cose si fanno nutrimento di alta poesia, ; “Respiro ancora fresco il tuo profumo, / che m’accendeva di vigore il petto.” (Il sole si rifugia ad occidente); “Si condensa nel silenzio il suo ricordo, / la memoria poi mi assilla e mi tortura, / e cancello sopra me quel cielo perso / confidando il mio sconforto a “questo verso””. (Un pensiero dal colore dei suoi occhi). I grandi sentimenti, sì, le piccole cose, anche, ma sono soprattutto la coscienza degli ambiti mortali, degli spazi ristretti di un “soggiorno”, la voglia di andare oltre, o il motivo del ritorno a completare la circolarità dell’opera: “Ma forse, fra le nuvole impazzite, / diamanti e stelle brilleranno ancora / e al soffio di sbandate brezze estive, / forse confusa … riuscirò a volare”. (Riuscirò a volare) “L’esistenza è quell’attimo solo / che imprigiona la vita a promesse; / piedi scalzi e speranze al calare / … sul sentiero odoroso di mare”. (Un sentiero odoroso di mare). Ed è forse proprio il mare a simboleggiare quel desiderio di libertà che ognuno di noi cova in seno, e che mai trova appagato. E quel cesto di more e di fiori, la mia sera, le fronde che impigliano un canto, la casa, i ciliegi, la luna, il profumo del mare sono tanti momenti esistenziali, tanti ambiti sentimentali, sono tante configurazioni di uno spleen intento a dare corpo ai propri messaggi interiori. E la natura sembra avvolgere tutto, rappresentata, a pennellate, da una mano che fa del panismo esistenziale il fulcro del suo dire. I tramonti, il vento, la fragranza di un giorno d’estate, l’antica siepe, la neve “troppo” bianca rimarcano il grande amore che la poetessa prova per quella natura, che puntualmente la ripaga, diventando complice del giuoco della sua poesia.
Le assonanze, le rime, gli enjambements, l’uso di figure retoriche quali l’anafora (“Un pensiero si conficca nel silenzio / un pensiero …”), l’anadiplosi (“E mi perdo e mi dissolvo come l’onda / … come l’onda cerco e anelo una battigia, …”), concorrono a dare forza alla liricità del canto.
Se Quasimodo ha scritto: "Ognuno sta solo / sul cuore della terra"; se Montale ha affermato: vivere è come "seguire una muraglia /che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia"; e se Ungaretti ha definito se stesso "uomo di pena" , anche nella Nostra sembra vincere, alfine, un senso di stanchezza e accettazione fatale (“mi poso ormai stanca ed accetto la sorte”). Ma mi piace cogliere nella sua poesia un raggio di sole che incide le nubi: credere ancora nel canto e nella vita. E Fulvia Marconi crede nel potere della poesia fino ad assegnarle il compito non solo di cantare l’amore, ma anche quello di amare il canto. Anche se:
La vita è solo un fremito celato
in quell’abbaglio che è la giovinezza,
tanto rimpianto come spore erranti
e il resto … è solo il perdersi nel tempo.
Nazario Pardini





POESIA VINCITRICE DEL PREMIO HISTONIUM 2013 (SEZ. INEDITO)


FULVIA MARCONI: "NOTTURNO"

Poesia intensa, dove la natura con tutto il suo contributo visivo abbraccia l’anima della poetessa per cristallizzarne le emozioni. L’euritmica musicalità dell’endecasillabo è distesa su uno spartito di vaghezze semantiche, dove presente passato e futuro si embricano vicendevolmente dando forza alla plurivocità del dettato lirico. L’ardore allusivo di metafore fa sì che l’atmosfera della notte acquisisca caratteri di rara sfumatura ad esaltare le inquietudini dell’esistere, il polemos  tra gli opposti di memoria eraclitea: il giorno la notte, la luce e l’oscuro, la vita e la morte, la primavera della vita e l’autunno del suo sfiorire. Tutta la complessità dell’esistere vi è contenuta. E la civetta, l’usignolo, lo scrosciare di una fonte a rompere i silenzi si fanno simboli di perspicua  sapidità disvelatrice; simboli di un vissuto consegnato ad un realismo lirico di grande efficacia. E il memoriale, esondando ex abundantia cordis, s’impone come spartito di una pucciniana romanza; di una romanza che, con tutto il suo potere rievocativo, e con grande resa poetica, concretizza il suo patema nella similitudine di un cane che latra per un abbandono. Ma anche se il ricordo lontano di un primo bacio, e il pallido chiarore dei lampioni sembrano rischiarire in parte la notte della Nostra, pur tuttavia:

Prosegue incerto il passo del mio andare,
vorrei svegliare stelle vagabonde,
vorrei cercar la luce che rincuora
ma la civetta sta cantando ancora”.

 Nazario Pardini







DI TE RICORDERÓ

Di te ricorderò il buon profumo
di quella pelle bruna e misteriosa,
di quello sguardo intenso e penetrante
che si scioglieva al caldo di un abbraccio.
Di te ricorderò mille parole
dette in soffio a non turbar silenzio,
ed il sorriso che s’apriva lieto
poi, dopo un sol secondo, si spegneva.
Di te ricorderò frasi scherzose
al tempo delle estati, mie, giocose
e pure quei ritagli di progetti
presi a sassate in una volta sola.
Di te ricorderò, poi, la tristezza,
i lumi spenti prima dell’aurora,
la pergola, la vigna ch’è ormai secca
e i grappoli appassiti appena in boccio.
Di te ricorderò la mia amarezza,
così tagliente da forare il cielo,
ma lieve come un gioco, un bel trastullo,
giammai scordato e ancor ne serbo traccia.
E pure mi sovvien la tenerezza
pronta a fluire in morbide carezze,
di te ricorderò gioia e dolore
ed attimi d’intensa nostalgia.
Felicità… quaderni ancora bianchi
da scrivere tra ciottoli e tra spini,
da scrivere rubando le emozioni,
da scrivere nel cielo, tra le stelle.
Di te ricorderò il nostro amore,
leggero come il volo di una piuma,
possente come incudine e martello,
ed esile qual pianto di fanciullo.
Amor che tutto vuole e nulla cede
di te ricorderò.


(F.M.)


NOTA CRITICA DI ''DI TE RICORDERO''


Poesia che si affida ad una musicalità carezzevole e trascinante. La padronanza di un endecasillabo sapientemente intrecciato, unita ad una passione erotica che si concretizza in apparizioni fluide e leggiadre, fanno del “poema” un inno all’amore che traduce il ricordo in un presente carico di vitalità. Le estati, l’aurora, la pergola, la vigna, quaderni ancora bianchi, il volo di una piuma sono tante oggettivazioni di un sentire che ricorre a visioni allusive per dare sostanza al suo esistere. E il tutto scorre come una romanza calda e suasiva da intermezzo pucciniano. C’è qui la vita col suo passato, con i suoi luoghi e i suoi tempi che segnano percorsi ora gioiosi ora tristi. Una vicissitudine che sa elevarsi alle alte vette del poiein, dopo essere rimasta a decantare in un animo fecondo e alimentatore di universale bellezza:

Di te ricorderò il nostro amore
,
leggero come il volo di una piuma,

possente come incudine e martello,

ed esile qual pianto di fanciullo.

Amor che tutto vuole e nulla cede

di te ricorderò.

Un amore che in quell’anaforico incisivomemento trova la forza di tornare a vivere; a soffrire, anche, per sentirsi vivo in una amarezza così tagliente da forare il cielo; in un gioco che persiste, alfine, e vince la sua sfida col tempo nella chiusa della poesia:

di te ricorderò.

Nazario Pardini


IL SUO VISO


Guardo lontano, pur senza vedere,
l’ombre rugose di vita vissuta
nell’increspar di quei giorni lontani
in gocce d’istanti sciolte nel nulla.
E mi minaccia il sospiro del vento,
mentre incupisce e in me langue il pensiero.
Tramonti freddi di persa malizia
nel mendicar per le strade dell’oggi.
E quella tela di ragno sottile,
che m’imprigiona a ricordi e pensieri
nella risacca del tempo trascorso
in quella noia ch’anèla a conforto.
Come un abbraccio che volge al mistero,
come l’incanto d’un giorno di maggio,
sola m’inebrio d’inedia e distacco,
cercando un approdo che forse non c’è.
Stringimi o sonno con dita sottili
sì che ‘’l’altrove’’ mi giunga d’un tratto
con la movenza leggiadra e il sorriso
d’angelo in terra a mostrare il suo viso.

(F.M.)


NOTA CRITICA DI "IL SUO VISO"


Lirica che cerca la vita, ma, nella sua singolare bellezza esistenziale, di forte malinconia e di desiderio di nuovi approdi. Un animo in continua richiesta di nuovi “oggi”, di quel presente più confortevole, più “malizioso”. Un elemento molto positivo di questa poesia è la continua pressante ricerca della libertà spirituale. “… libertà va cercando, ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta…” (Dante, Purgatorio, canto I). Poesia molto intensa e densa di contenuto nonché ricca di quel pathos che serve ad alleggerire “la risacca del tempo trascorso / fra quella noia ch’anèla al conforto”. I versi, delicati e sottili nei toni e nello stile, vengono a riflettere uno stato d’animo sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, di più bello, di più profondo. La poeta sente il bisogno di un abbraccio “… che volge al mistero / come l’incanto di un giorno di maggio” e, quindi, annullarsi nel sonno, l’unico momento in cui, stringendola “con dita sottili”, possa permetterle di raggiungere “l’altrove” (il bello, il desiderato, il giusto, il piacere), tutto quello che possa essere “d’un tratto” di “conforto”, “con la movenza leggiadra e il sorriso / d’angelo in terra a mostrare il suo viso”. La poesia, di luce e di speranza dotata, riflette uno stato d’animo proiettato verso un futuro luminoso, ricco di progetti, di sogni, di illusioni. L’autrice, come succede all’uomo di questa terra, non si stanca di chiedere alla vita nuovi approdi.
Il suo viso’, una delle tante perle che compongono il piccolo/grande scrigno poetico della Marconi; flash raccontati con fantasia, originalità, spiccata immaginazione ed esperienza di momenti vissuti che nascono a nuova vita. Fulvia Marconi, poeta esperta della parola e del verso assolutamente sereni, narratrice delle proprie emozioni che riesce a trasmettere con dolcezza ai suoi appassionati lettori.

Prof. Francesco Mulè








UN BACIO RACCOLTO NEL VENTO

Un bacio raccolto nel vento,
nel lieve torpor della sera,
è madido d’ansia e timore
e odora di fuoco e silenzio.
Quel bacio disperso nell’aria,
che solo il destino t’affida,
è lieve e ti sfiora veloce
spaccando il tuo cuor per la vita.
Un bacio raccolto nel vento…
Un sogno sognato di notte…
La luna che scende e che giace,
con te, su quell’altro cuscino.
E spazza il ritiro e il recesso,
ti guida per boschi fatati,
ti copre di fiori e ghirlande,
t’incanta con la sua malia.
Cammina con te, sul tuo cuore,
quel bacio trovato per caso,
ti scuote, t’ammalia e seduce,
ti perde… e ritrova la via.
E mai si disperde per sempre,
quel bacio furtivo e inatteso,
ritorna alla mente e non molla,
t’assale feroce di notte.
È dolce e spietato e non teme
né veglia, né sonno o dolore,
è un cesto di viole e di more,
è un semplice ‘’bacio d’amore’’.

(F.M.)

UNA NOTA CRITICA A UN BACIO RACCOLTO NEL VENTO - di Fulvia Marconi

Una poeta, Fulvia Marconi, che conosco da un bel po' di tempo, e nella persona, solare, cortese, assolutamente propensa a profondi e sinceri legami di amicizia, e nell'arte della parola:arte inconfondibile della parola/immagine,della parola/suono che si concettualizza nella interpretazione di sogni che accarezzano il divenire della realtà. Il suo verseggiare, così eloquente e altrettanto elegante, così scorrevole e altrettanto piacevole, decisamente dotato di cotanta delicatezza, riesce a trasmettere con intensità il valore del vivere e ad abbracciare la coralità del pensiero. Un bacio raccolto nel vento è un componimento in strofe tetrastiche con versi perfettamente novenari, tendenti a rivelare il momento soggettivo e suggestivo della Nostra.Fulvia Marconi possiede una ineccepibile abilità nella descrizione del proprio vissuto, delle proprie emozioni attraverso immagini (''la luna che scende e che giace'', ''Cammina con te... sul tuo cuore, /quel bacio trovato per caso'', ''è un cesto di viole e di more...'') sovente molto ricche di fascino. I versi di Un bacio raccolto nel vento riescono a trasformare sentimenti e stati d'animo della Nostra in qualcosa di universalmente riferibile a ciascuno di noi e si sviluppano in un vortice di infinite sensazioni che finiscono col coinvolgere il lettore/fruitore, non lasciandolo mai da solo. Lirica intensa, profonda e immediata, capace di far volare il pensiero nel suo splendido mondo immaginifico ed affascinare il lettore, trasportandolo nel mondo dei sogni e, quindi, nel pianeta dei ricordi.Oggettivamente una poesia sana, 'pulita', con versi ricchi di immaginazione smaterializzata e,senz'altro, spiritualizzata e spiritualizzante; una poesia che lancia e lascia buoni messaggi: la bellezza della vita e della natura con i suoi colori, con il fascino della sua perfezione, dei suoi silenzi che sanno parlare all'uomo, attento osservatore e ascoltatore. Quel ''bacio...'' è il segno indelebile di quella memoria 'storica' che oggi ritorna nella poesia tra i più bei momenti in essa espressi, come ''un sogno sognato di notte'', ''ritorna alla mente e non molla'', ''t'assale feroce di notte...'', ''E' dolce e spietato...'', ''E' un semplice 'bacio d'amore'.Ogni parola di questo piccolo/grande poema si presenta come una miniera evocativa e una manifestazione esplicita dell'universo interiore della nostra Poeta, nella quale non è impossibile scorgere sempre una grande forza lirica, attraverso l'affiorare dei ricordi. Il meditare sul passato dei propri vissuti rappresenta per la Marconi uno sprone a visioni romantiche che la portano verso l'ammirazione del Bello e a mettere in rima il proprio pensiero ed elevazione e sublimazione della propria cultura poetica. Versi profumati di colori, di calore, di odori 'di fuoco e silenzio', di metafore intrise di momenti di nostalgia. La poesia di Fulvia Marconi, voce autenticamente lirica e viva nel profondo del suo Ego. 






Vallecrosia, 7 aprile 2012 ore 12,00 - Prof. Fracesco Mulè 







QUINDICI ANNI

Cercare del sonno l’abbraccio
in questo silenzio che assorda,
riepilogo muto di vita
che non tranquillizza, ma offende.
Pensare al tuo sguardo perduto,
rivivere un bacio rubato,
sentir pure adesso il profumo
di grano ed essenza di te.
Pensare a un amor che mi sfibra
e come canicola offusca
all’ombra di fiele e di vezzi
quei miei quindici anni trascorsi.
E tu mi parlavi d’amore,
di cieli sereni e turchini,
toglievi l'afoso ai meriggi
nei giorni roventi di sole.
Ma quale folletto iracondo
ha poi deformato l’ardore?
Singhiozzi che restano muti
nel bianco tepor del cuscino.
E ancora tu plagi illusioni
nel vespro che triste s’ingrigia
e come un cristallo s’incrina
la traccia di giorni delusi.
Reliquie di fiabe narrate,
parole che non so scordare,
il tempo strozzato non muore
e parla pur sempre
di te.
Risento carezze di mani,
i soffici e neri capelli,
il dolce e l’assenzio di frasi
che fanno esaltare la mente.
È certo passata una vita
e tu resti solo un ricordo
che spezza talvolta il silenzio,
bruciando illusioni confuse.
Ma quando è l’amore che avvampa,
la cenere resta inviolata
e soffoca il cuore e la mente
...nel vento il tuo fiato su me.


(F.M.)







NON HO DIMENTICATO IL MIO PAESE

(A Montesicuro)


Non ho dimenticato il mio paese
alzato con modestia sopra un colle,
con l’arco che ancor s’apre sui giardini
e il monumento in piazza ed il tempietto.
Con fasci di chiarore, in su il mattino,
il sole con superbia si levava
al canto dei rondoni che, sui tetti,
garrivano giocosi alla giornata.
S’aprivano ben presto le finestre
delle casette povere e ingrigite,
l’odor del latte fresco pervadeva
le vie addormentate dalla sera.
In quell’acciottolato un po’ sconnesso
spuntavano inibiti ciuffi d’erba,
mentre sopra i camini banderuole
rendevano gli omaggi a brezze lievi.
Oh mia campagna dolce e sonnolenta
che culli quei ricordi di bambina,
vagheggio ancor di canti di cicale
e di nottate tiepide di luna.
Profumo d’oleandro e rose rosse
nelle giornate arrese ai dì di maggio
e l’acqua della fonte, cristallina,
aveva limpidezza del diamante.
Vorrei calcare ancora quelle strade
e salutare i vecchi amici avuti,
ma tutto s’è disperso negli abbagli,
incanti della prima giovinezza.
Ormai quest’abbandono mi sovrasta
con il ricordo che digrada al sogno
e delle vecchie strade e del pietrisco,
evanescente, ho una visione mesta.
Ma quanto, invece, è allegro il fiero sole
che bacia, ancora, i tetti addormentati.
Malinconia al costo di due soldi
che non possiedo e che non so trovare.
Non ho dimenticato il mio paese,
terra grinzosa e cara terra mia.

(F.M.)


Versi tratti dalla poesia

"AMOR CHE CERCA AMORE"

Amor che cerca amore
in prati d'innocenza
fra rose dondolanti
e fra sterpaglie e rovi.
Amor che implora amore
e che non vuol padroni
né schiavi o servitori
ma solo l'ardimento;
ed è agitato e rugge,
distratto come l'onda
e come l'onda inquieta
cancella ogni rimpianto.
Amore chiede amore
col sole o con la luna,
è il sogno inquieto e calmo
è del deliquio il tempo.
Amor che inganna amore
e non confessa o prega
bussa violento al cuore
e non concede tregua.


(F.M.)



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Tratto dalla lirica ''RONDINI E MISTERI'' - Fulvia Marconi



La pelle avvolta dalla veste bianca

e il corpo che si fonde col tramonto,

il vento prende forma e m'accarezza

come gentile mano lieve al tocco.

Languore d'ore e giorni d'abbandono

sotto un rossastro cielo che seduce,

d'impeto scorre l'acqua e asciuga il fuoco

che avvampa dentro me come un delirio.

Seduta sullo scoglio dei miei giorni,

sospesa con la mente fra due mondi,

anelo all'umidore delle fonti

fra sensazioni, rondini e misteri.


(Fulvia Marconi)








… E SON PESANTI L’ALI


… E son pesanti l’ali

nel vuoto d’un sospiro,

in quel silenzio immoto,

di labbra ormai serrate.

E sono muti i baci

gettati tra i cespugli

in un tramonto rosso

sul fare della sera.

Svolazzano le foglie,

la veste è spiegazzata

e sfiorano i miei passi

dell’ombra… l’incertezza.

È bianca la mia pelle

ed orfani i capelli

delle carezze audaci

di dita vigorose.

Avanzo con fatica,

le fronde mie compagne,

mi sfiorano le ciocche

con lievi adulazioni.

Ma lunga è ancor la strada

per ritrovar frementi

i baci abbandonati

nascosti tra i cespugli.

Forse il tramonto, un giorno,

saprà darmi risposta:

- Chi uccide spara al cuore

o parla sol d’amore? -


… E son pesanti l’ali!

(F.M.)
Pur cambiando l'impostazione metrica, permangono le schiette e intense cospirazioni emotive e riflessive a guidare versi che si fanno veri tatuaggi di un sentire denso, chiaro, coinvolgente, per sostanza e potenzialità ispirativa, fonica e cromatica. Una vis creativa che esonda ex abundantia cordis. C'è la vita in tutta la sua portata, con la sua carica erotica, lo struggimento di un correre implacabile del tempo, dal sapore di memoria eraclitea, e la coscienza della precarietà del nostro essere umani. Ed il ritmo ripetuto del settenario non fa altro che accompagnare quel substrato di melanconia che accompagna in maniera positiva il componimento. Sì, uno stato d'animo che non scade mai nel becero sentimentalismo, ma, mantenendosi su livelli di intenso lirismo, si fa attore di una vivace tensione orfica e di una valida resa poetica.

(Un pensiero del Prof. Nazario Pardini rivolto alla lirica ''... E son pesanti l'ali'')











LA FILASTROCCA DEL MESE DI DICEMBRE


A passo felpato,

coperto dal gelo,

fors’anche ammaccato

senz'ombra di zelo,

dicembre è arrivato

col vecchio cappotto,

col passo stentato

ci porta un fagotto

ripieno di rami

già secchi e di spine,

di giorni ormai gram,

siam giunti alla fine.

Dicembre…  i camini,

le braci fumanti,

gli accesi lumini

le vampe tremanti.

Ma dentro il taschino,

vicino al suo cuore,

c’è un butto piccino

c'è un boccio d’amore.

Dicembre racconta

la ‘’Buona Novella’’,

la luna tramonta

poi spunta una stella.

Gelando ci porta

quel Bimbo Celeste

che spinge ed esorta

le genti più oneste.

Dicembre s’inchina,

davanti al presepe

si placa la brina

… fiorisce la siepe.

(F.M.)




IL MESE DI DICEMBRE


Così, pian pianino,

tra guanti e coperte,

arriva dicembre,

l’arzillo vecchietto.

Si scalda col fuoco

ch’avvampa al camino

e nella sua gerla

…roveti e sterpaglie.

Nel lungo cappotto

nasconde gli stenti

di zolle ghiacciate,

di fiocchi di neve.

Ma dentro il taschino,

accanto al suo cuore,

nasconde una perla,

un atto d’amore.

Tra i dodici mesi

Gesù l’ha prescelto

per far da corona

al giorno più atteso.

Dicembre racconta

la buona novella,

ci parla di un Bimbo,

la Mamma e una stella.

Col freddo alle mani

e il caldo nel cuore

dicembre ci dona

la gioia e l’amore.

(F.M.)





LA FILASTROCCA DELLA BEFANA SENZA DENTI 

Vien volando la befana

sorridendo senza denti,

la sua casa è assai lontana

per la strada dei portenti.

Nella notte nera e cupa

va volando sui camini,

non si stanca, non si sciupa,

è la fata dei bambini.

Nel silenzio della notte

lei si mette ad origliare

e di doni porta a frotte

a chi scansa le cagnare.

Ha un nasone grosso e brutto,

ma il suo cuore è tanto buono,

grandi gesti mette a frutto,

lei non teme neve e tuono.

Al bambino poverello

porta in dono la speranza,

ed a quello ricco e bello

dedizione in abbondanza.

Tieni d’occhio il tuo camino

nella notte di gennaio,

lascia acceso il tuo lumino,

lascia aperto il lucernaio

e vedrai che la mattina

tra il presepe e l’alberello,

troverai la ciabattina

ch’è sfuggita al piede snello.

Apri il cuore a lei, che t’ama

e ricordati bambino,

che la vita presto chiama

e… non sempre ti è vicino.

(F.M.)








UN CESTO DI MORE E DI FIORI
Cascine dai muri sconnessi
e l'erba spaccava le crepe,
i piccoli piedi giocosi
nascosti da zoccoli grandi.
Un cesto di paglia intrecciata
farcito di more e di fiori
compagno di gaie escursioni
nel tempo del gusto alla vita.
Di lato del pozzo sostava
ancor lacrimando una brocca
sbeccata nell'ardua fatica
di toglier dell'acqua alla terra.
Canzoni cantavo e coglievo
le viole, le spighe e le fresie,
amiche danzanti per l'aria
farfalle esaltate di sole.
Profumo d'estate al podere,
fragranza d'antichi sapori,
l'odore del latte e del cacio,
del pane a scaldare nel forno.
Spingevo i miei sogni più in alto,
ancora più in su delle nubi,
cercando al mio cuore uno spazio
di fragole e di paradiso.
Il primo rondone volava,
cercando quel nido lasciato,
nel cielo arabeschi pittava
garrendo al suo tetto in attesa.
E il ponte, ricordo da sempre,
tra due grandi cuori consunti,
recava col gesso la scritta...
''Se torno dal fronte ti sposo.''

(F.M.)

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